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di Livio Garattini

 

La vera novità della finanziaria di questo anno in ambito sanitario è che, diversamente dagli anni più recenti, non contiene provvedimenti di un certo rilievo riguardanti il settore farmaceutico. Quasi paradossalmente, nell’anno del “terremoto” ai vertici dell’AIFA conseguente alle ben note vicende giudiziarie, di cui peraltro non si hanno più notizie dal periodo estivo, si registra una “calma assoluta” da parte del legislatore in materia di farmaco, lasciando quindi supporre che il sistema dei tetti di spesa, fortemente voluto dalla gestione AIFA precedente e da noi commentato l’anno passato (ndr. QdF n.4), sia rimasto implicitamente in essere.
Quindi, in assenza di novità salienti da commentare nella nuova legge finanziaria, l’unico provvedimento degno di nota sul farmaco rimane l’accordo siglato il 15 ottobre dell’anno scorso fra i rappresentanti di Governo, Regioni, AIFA, farmacisti, distributori e produttori sul controverso fenomeno dei c.d. “extra sconti” incassati dal farmacista sulle vendite dei farmaci generici/equivalenti. Tecnicamente tale accordo, mirato appunto a regolamentare gli sconti eccedentari (rispetto ai margini di legge) concessi alle farmacie da parte dei genericisti per espandere le proprie quote di mercato, prevede i provvedimenti seguenti:
la riduzione del 7% (contro il 20% inizialmente previsto) del prezzo al pubblico degli equivalenti in commercio;
la possibilità per i soli farmaci senza marca a brevetto scaduto di praticare un extra sconto almeno dell’8% sulle forniture all’interno della filiera, da ripartire liberamente fra distribuzione intermedia e finale in base alle trattative commerciali;
l’introduzione di una tassa aggiuntiva annua sulle fatturazioni delle farmacie alle ASL pari all’1,4%, al fine di far recuperare al SSN parte degli “extra sconti” incamerati dai distributori nel corso del 2008.
Le misure concordate non includono ulteriori provvedimenti discussi in occasione degli incontri del tavolo, quali:
il blocco dei prezzi dei farmaci in scadenza brevettuale, mirato a consentire un congruo differenziale di prezzo tra originatore e equivalente;
sanzioni per i soggetti che, all’interno della rete, venissero sorpresi a concedere vantaggi economici nel passaggio di forniture lungo la filiera distributiva;
l’imposizione di una quota minima di generici da prescrivere da parte dei medici di medicina generale e/o da distribuire da parte delle farmacie.
Obiettivo finanziario della suddetta manovra sarebbe quello di recuperare 500 milioni di euro sulla spesa farmaceutica. Va subito precisato che è necessario utilizzare il condizionale, in quanto il pacchetto avrebbe dovuto diventare attuativo al più presto, sotto forma di un nuovo decreto legge o di emendamento a un decreto già in vigore (ad esempio, il DL 154/2008 relativo al contenimento della spesa sanitaria), ma ad oggi il patto non è ancora diventato esecutivo e, pertanto, tutto resta invariato come prima dell’accordo preso dal tavolo; addirittura, si prevedono tempi lunghi per l’introduzione di queste misure, deludendo le aspettative delle Regioni che avevano denunciato per prime il fenomeno degli extra sconti e fortemente voluto un provvedimento in materia.
Al di là della probabilità effettiva di rendere attuativi i provvedimenti in questione e dell’annosa discussione in merito alla legalità delle pratiche commerciali di extrasconto, l’accordo merita a mio avviso un approfondimento di carattere concettuale in merito alle logiche consolidate di intervento del decisore pubblico in questo ambito che, probabilmente, condizionano/vengono condizionate anche la/dalla mentalità degli operatori della filiera farmaceutica. Infatti, i provvedimenti scaturiti dal tavolo di concertazione del settore, sia quelli approvati che quelli semplicemente discussi (elencati sopra), sembrano tutti andare nell’abituale direzione di stretta regolamentazione del settore, nel “solco della tradizione” che oramai pervade la nostra mentalità, caratterizzata dalla “ferrea volontà” di sottoporre a norma di legge tutti i possibili dettagli, anche quelli di carattere prettamente commerciale che appartengono alla sfera dell’agire economico. Come sarebbe altrimenti possibile interpretare delle norme concordate attraverso la concertazione delle parti che “combinano insieme” un taglio dei prezzi dei generici, un limite all’extra sconto (riconoscendone implicitamente la legalità) e l’introduzione di una tassa generalizzata per “indennizzare” il SSN dei mancati risparmi?
L’obiettivo politico “collante” di questi provvedimenti è chiaramente quello, comunque positivo, di salvaguardare gli interessi economici del SSN, ma lo strumento è sempre quello classico della normativa “minuziosa e farraginosa”. Anche i provvedimenti non accolti di cui sopra, mirati al pur positivo intento di aumentare la quota di mercato dei generici e di sanzionare speculazioni di carattere commerciale, vanno sempre interpretati nella stessa logica; mi spingo a ipotizzare che in alcuni casi siano stati scartati proprio per questioni legali; ad esempio, come sarebbe possibile difendere in qualsiasi sede giudiziaria una norma “liberticida” che impedisca alle aziende dei farmaci originatori di abbassare spontaneamente il prezzo dei propri prodotti?
La legittima domanda da porsi a fronte di queste critiche è cosa sarebbe opportuno fare in alternativa e la risposta generale rischia di diventare “cronicamente” noiosa: effettuare delle riforme più ad ampio respiro, al fine di rendere più concorrenziale il settore e, quindi, investire in modo più efficiente le risorse pubbliche del SSN. Nella fattispecie, ciò implicherebbe almeno due modifiche sostanziali:
passare dall’attuale margine di legge proporzionale al prezzo del farmaco a una “remunerazione all’atto” (cioè una quota fissa per ricetta) per ricompensare il servizio di pubblica utilità reso al SSN da parte delle farmacie (come accade da sempre nel Regno Unito);
estendere la possibilità di dispensare i farmaci sottoposti a obbligo di ricetta a tutti i punti di vendita in cui sia presente un farmacista laureato (grande distribuzione inclusa), ponendo fine al “monopolio di fatto” delle farmacie su questo tipo di prodotti (il più importante per il SSN).
Il primo provvedimento è dettato dall’evidenza che il margine alla distribuzione proporzionale al prezzo trova scarsa giustificazione a livello economico, a prescindere dall’entità della percentuale riconosciuta. Infatti, le farmacie sono fra i negozi quotidianamente più distribuiti al mondo da parte dei grossisti, ragion per cui i costi di scorta (gli unici che giustificherebbero un margine proporzionale al prezzo di acquisto) sono praticamente inesistenti.
Il secondo provvedimento sarebbe la logica conseguenza della prima “lenzuolata di liberalizzazioni” dell’ex ministro Bersani e porrebbe fine alla confusione fra i concetti di “professionista” e “negozio”, faziosamente alimentata dall’associazione dei titolari di farmacia per salvaguardare le posizioni di rendita degli appartenenti alla categoria che hanno la fortuna di avere genitori e parenti come colleghi. A tale proposito, è opportuno ribadire che la presenza di un farmacista laureato all’atto della dispensazione del farmaco non viene minimamente messa in discussione, come del resto capita in tutte le nazioni europee in cui la liberalizzazione è già da tempo realtà.
Concludendo, con queste due manovre verrebbe pressoché automaticamente a cadere anche il problema dell’extra sconto sui generici da cui è stato originato l’accordo in questione. Infatti, una volta salvaguardati gli interessi del SSN attraverso il passaggio a una forma più logica di remunerazione del servizio pubblico richiesto alla distribuzione finale e attraverso la modernizzazione di una filiera finalmente più efficiente e competitiva, nessuno sentirebbe più probabilmente il bisogno di intervenire per legge sugli “extra sconti” che, in realtà, fanno “fisiologicamente” parte di qualsiasi trattativa commerciale. Scrollandoci di dosso l’ipocrisia, oramai da tempo indifendibile alla luce dei fatti (extra sconti inclusi), che gli “attori” di questo settore sono prima di tutto operatori sanitari e non commerciali, eviteremmo anche il controsenso di voler “impedire il commercio ai commercianti”, con esiti quasi sicuramente fallimentari. Vogliamo scommettere che, qualora l’accordo diventasse attuativo, fra qualche tempo qualcuno scoprirebbe che gli extra sconti vanno ancora al di là di quanto concordato e hanno assunto forme e contorni diversi, ad esempio “raffinati incentivi in natura” magari ancora più discutibili di quelli attuali? Commerciare è nell’agire umano, fin dai tempi dei Fenici, e volerlo impedire è frutto di ignoranza, in mala fede o buona fede che sia …

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