Valutazione: 0/5 (0 Voti)

scarica pdf pdf_button

 


di Livio Garattini

 

In attesa di novità più o meno interessanti da commentare nell’ambito del nostro SSN, al momento oggetto delle “solite” discussioni politiche sulla sua sostenibilità economica a livello complessivo e di capitoli di spesa (ospedaliera, farmaceutica, ecc.), mi viene spontaneo scrivere in questo periodo un editoriale di carattere “autoreferenziale” sul mio mestiere, nel contesto in cui opero oramai da più di vent’anni, cioè l’economia e la politica del farmaco in Italia; si tratta quasi di una sorta di “bilancio personale” sulle problematiche professionali che ho dovuto affrontare in questi anni, in un contesto a mio avviso affatto facile come quello italiano, soprattutto da quando dirigo in prima persona un centro di ricerca (il CESAV dell’Istituto Mario Negri) che continuo ostinatamente a pensare e volere indipendente.
Volendo perseguire una logica di “ricercatore indipendente” e restando in territorio italiano, le possibilità di autofinanziamento si possono grossolanamente ricondurre a due tipologie di soggetti:
1.    le aziende private (con particolare riferimento a quelle farmaceutiche nella fattispecie);
2.    il settore pubblico (più specificamente le autorità sanitarie centrali, regionali e locali del nostro SSN).
Conosco le prime da molto più di vent’anni, avendole frequentate anche nella mia vita professionale pregressa al CESAV; in questo lungo periodo il “macrosistema economico” in cui si sono trovate a operare si è molto modificato, passando sostanzialmente da una fase innegabilmente di “vacche grasse” a un sempre più duraturo ciclo di ristrettezze economiche dovuto anche (per non dire soprattutto) alle difficoltà finanziarie delle autorità pubbliche, i soggetti che costituiscono da sempre la loro fonte principale di entrate.
Pur nella “discontinuità economica” testé descritta, posso comunque garantire ai lettori che i “comportamenti manageriali” sono rimasti stabili nel tempo e possono ricondursi sostanzialmente a due “stereotipi”.

  • Il manager che non riconosce in alcun modo, anche in buona fede, il concetto di autonomia di ricerca e pensa che il ricercatore debba solamente dimostrare quanto gli viene richiesto dallo sponsor; per lui è solo una “questione di prezzo” ed è pure disposto a pagare tanto in funzione dell’importanza del ricercatore e della sua disponibilità a supportare gli obiettivi prefissati in azienda. Potrei citare moltissimi esempi nella mia vita professionale, ma la frase “lapidaria” e emblematica che più mi è rimasta impressa, perché detta da un amico con molta franchezza, è stata la seguente: “Caro Livio, non ho mai saputo di nessuna ricerca di cui non si conoscessero a priori i risultati….”.
  • Il manager che, all’opposto, commissiona una ricerca per valutare genuinamente, pur nel rispetto dell’organizzazione che gli garantisce lo stipendio, qual è una situazione che ritiene di non conoscere appieno, da cui le motivazioni della ricerca.

Il vero e unico cambiamento è che in questi anni il numero di manager appartenenti alla seconda categoria si è drasticamente “assottigliato”, a scapito dei “falchi” che, come la dottrina aziendale ci insegna, prevalgono nelle fasi di “vacche magre”, in cui vengono percepiti come prioritari i risultati “immediatamente spendibili”; inutile forse sottolineare come questo cambiamento renda sempre più difficile il mestiere del “ricercatore indipendente” con le aziende farmaceutiche. Al contrario, questa situazione tende a favorire la proliferazione di ricercatori disponibili a scambiare una bassa qualità di attività di ricerca (tipicamente in farmacoeconomia la duplicazione di lavori a risultato scontato, dove l’unica variabile modificata è rappresentata dal prodotto X al posto di Y) con un elevato ritorno economico e impatto mediatico.
Il secondo tipo di soggetti, cioè il settore pubblico, parrebbe a prima vista molto più indicato per la ricerca indipendente: chi meglio della autorità pubbliche dovrebbe essere genuinamente interessato a ricevere indicazioni credibili e imparziali in materia di economia e politica sanitaria? Immagino questo sia ciò che tutti abbiamo pensato da “giovani” entrando in questo settore, ma l’esperienza porta poi a capire situazioni assai diverse da quelle idealmente ipotizzabili. Al di là delle ristrettezze economiche, che certamente non favoriscono comunque attività “cenerentole” come la ricerca, il problema generale è che troppo spesso (mi verrebbe da dire “prassi oramai comune”) i “tecnici” si fanno condizionare dalle pressioni dei “politici” nell’ambito dell’amministrazione pubblica. La selezione dei centri “papabili” non avviene quasi mai in base alla meritocrazia, valutabile nel campo della ricerca dalla quantità e qualità delle pubblicazioni in materia, ma piuttosto dall’appartenenza o vicinanza ai “centri di potere” a cui la politica è sensibile. I modelli comportamentali sono comuni e ripetitivi: dichiarazioni d’interesse immediate che presto lasciano il posto a estenuanti riunioni “tecniche”, finalizzate in realtà a trovare situazioni compromissorie fra i diversi interessi in campo che possono spesso generare lunghe fasi di stallo. Semmai si riesca a superare questa specie di vero e proprio barrage, non è poi affatto detto che la “meta” sia raggiungibile a breve. Infatti, i tempi per ottenere finanziamenti pubblici, già lunghi per definizione, si dilatano ulteriormente e il “divenire dei fatti” può spesso far scemare di interesse i quesiti originariamente alla base di una ricerca; del resto, come disconoscere il fatto che ai “tecnici” spesso convenga procrastinare ab illis temporibus le decisioni più scottanti in sanità, alle prese con politici di riferimento che possono cambiare a ogni elezione e naturalmente “idiosincratici” a decisioni potenzialmente “impopolari”? Anche in questo caso il problema, sotto gli occhi di tutti, è che la situazione in questi anni sta “degenerando”, al punto tale da costituire una sorta di “emergenza nazionale” riscontrabile a qualsiasi livello territoriale; poco importa, poi, che si tratti dei centri di ricerca vicini al “partito x” in una certa regione, piuttosto che di quelli della “congregazione y” in un’altra.
Concludendo, chiunque abbia avuto la pazienza di leggermi fin qua avrà avuto la sensazione di cogliere un certo senso di sfiducia e delusione nei confronti del contesto in cui opero, messaggio sicuramente poco positivo per i giovani che si avvicinano a questo settore con genuino interesse. Se è così, a loro vanno tutte le mie scuse per averne eventualmente “raffreddato gli entusiasmi”, ma è sempre bene stare con i piedi per terra e essere coscienti delle difficoltà di un momento storico così poco favorevole alla ricerca, intendo quella autentica, faticosa e non scontata.
Allo stesso tempo, è soprattutto a loro, e alla loro “giovanile incoscienza”, a cui posso idealmente rivolgermi per riporre le speranze di cambiare questo sistema e, starei per dire, questo Paese, al di là della ristretta cerchia di amici che mantengo e permette ancora a una rivista indipendente come QdF di continuare a uscire… spero  ancora per molti anni!

Copyright © 2016 - Gruppo Poliartes srl

Su questo sito usiamo i cookies. Per approfondire leggi l'Informativa sui cookies, per accettare clicca su OK.