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di Alessandro Curto,1 E. Rancati,1,2 Silvy Duranti,1 Livio Garattini1

 

 

Parole chiave:

PREZZI,
FARMACI,
REGOLAMENTAZIONE

 

Abstract

La regolamentazione del prezzo dei farmaci è sempre stata considerata uno strumento fondamentale di contenimento della spesa farmaceutica in tutti i Paesi Europei, con ricadute economico-occupazionali di un certo rilievo sulla filiera del farmaco.

Nel 2007 l’Office of Fair Trading britannico è intervenuto in materia di metodologie di prezzi, proponendo il passaggio dall’attuale meccanismo basato su un accordo sui profitti, denominato Pharmaceutical Price Regulation Scheme, a una fissazione esplicita dei prezzi dei singoli farmaci attraverso il Value Based Pricing (VBP). Tale tecnica, di matrice americana, si basa principalmente sull’analisi della domanda e del valore percepito dal cliente e, di conseguenza, anche sulla sua disponibilità a pagare. Tuttavia, concretamente, tale concetto non è ancora stato ben delineato in tutti i suoi aspetti e il Governo inglese ha preferito posticiparne la sperimentazione, fissata inizialmente per Gennaio 2014.

In questo articolo abbiamo analizzato criticamente i contenuti dei contributi più significativi sul VBP pubblicati ad oggi in letteratura. Dall’analisi è emerso che il nuovo paradigma rappresenta un’inversione sostanziale dei ruoli. Infatti, nonostante le aziende farmaceutiche restino libere di fissare i propri prezzi di listino, il National Health Service avrebbe il compito di determinarne il prezzo massimo di rimborsabilità. In prospettiva, un sistema del genere dovrebbe garantire nel lungo periodo un incentivo a sviluppare nuovi farmaci nelle aree terapeutiche ancora inesplorate, attraverso il riconoscimento di un adeguato ritorno sugli investimenti. Tuttavia, molteplici sono ancora i nodi critici ancora da risolvere di un sistema molto complesso da gestire sia in teoria che in pratica.


 

1    CESAV, Centro di Economia Sanitaria Angelo & Angela Valenti

2    Università degli Studi di Milano - Bicocca, Dipartimento di Economia, Metodi Quantitativi e Strategie d’impresa


 

INTRODUZIONE

La regolamentazione del prezzo dei farmaci ha sempre avuto un grande rilievo nel dibattito scientifico e politico internazionale come strumento di contenimento della spesa farmaceutica, sostanzialmente collegato alla difficoltà di conciliare le teorie classiche della concorrenza con il “mercato della salute” in generale, caratterizzato da domanda rigida e forti asimmetrie informative.1

Semplificando, a livello teorico si possono distinguere tre grandi schemi di determinazione dei prezzi dei farmaci,2 alcuni dei quali possono essere utilizzati anche contemporaneamente, come accade ad esempio nel nostro Paese.

  • ·  Schemi “matematico-statistici”, oramai in disuso, in cui le autorità pubbliche calcolavano i prezzi dei singoli farmaci attraverso algoritmi che tendono a stimare voci di costo aziendali (ricerca e sviluppo, produzione, commercializzazione ecc.) imputabili a ciascun prodotto, sulla base di un processo sostanzialmente additivo (si pensi, ad esempio, al vecchio metodo del Comitato Interministeriale Prezzi italiano);1
  • ·  Schemi “negoziali”, in cui autorità pubbliche e controparte industriale contrattano direttamente i prezzi dei singoli farmaci, ovvero in modo indiretto attraverso una negoziazione dei livelli complessivi di profitto delle imprese (come avviene tipicamente nel Regno Unito);
  • ·  Schemi di “prezzo di riferimento”, in base ai quali, sebbene le aziende farmaceutiche risultino formalmente libere di determinare il prezzo di listino dei propri prodotti, le autorità pubbliche si riservano a loro volta la facoltà di decidere un “prezzo di domanda” per il rimborso di ogni farmaco, facendo riferimento a quelli fissati dalle aziende stesse a livello nazionale e/o internazionale, prendendo eventualmente anche in considerazione i prezzi dei vari prodotti terapeuticamente equivalenti esistenti sul mercato (prezzo di riferimento di matrice tedesca, poi ripreso da altri Paesi come l’Olanda).

I più recenti sviluppi teorici in materia di metodologie di prezzi si possono ricondurre alla pubblicazione nel 2007 di un rapporto dell’Office of Fair Trading (OFT) inglese,3 che ha esplicitamente suggerito il graduale superamento nel Regno Unito dell’attuale sistema (in vigore dal 1957), definito Pharmaceutical Price Regulation Scheme (PPRS), accordo quinquennale di contenimento dei profitti delle aziende farmaceutiche derivanti dalle vendite sul territorio nazionale, che esclude una fissazione esplicita dei prezzi (contrariamente a quanto farebbe supporre l’acronimo), in favore di una vera e propria regolazione dei prezzi dei singoli prodotti, imperniata su un nuovo concetto: il c.d. Value Based Pricing (VBP).

In generale, da un punto di vista economico-aziendale, il VBP è un metodo di determinazione del prezzo di un prodotto/servizio di matrice americana,4 fissato principalmente sulla base dell’analisi della domanda e del valore percepito dal cliente, piuttosto che sul costo dei fattori produttivi (il c.d. Cost Based Pricing) o della concorrenza (il c.d. Reference Based Pricing), di recente esteso all’ambito sanitario.5

L’istituzione nel 1999 del National Institute for Clinical Excellence (NICE) da parte dell’allora Governo laburista aveva segnato una vera e propria svolta storica in Inghilterra: sebbene l’organismo di valutazione oramai più famoso d’Europa non abbia il potere di negoziare il prezzo di un farmaco, il NICE è stata comunque la prima Agenzia incaricata di valutarne l’ammissione alla rimborsabilità, sulla base del relativo rapporto costo-utilità rispetto a un livello soglia prefissato. Da notare anche che, a seguito delle polemiche mediatiche inerenti problematiche etiche e di equità nell’accesso alle terapie da parte dei pazienti (si pensi ad alcuni nuovi farmaci ad alto costo tipicamente anti-tumorali),6 nel corso del rinnovo del contratto PPRS per il periodo 2009-2014, sono stati introdotti ufficialmente i c.d. Patient Access Schemes (PAS),7 sorta di accordi di riduzione di prezzo strettamente confidenziali tra NICE e impresa produttrice per i farmaci valutati non positivamente dal primo, il cui accesso al trattamento dipende direttamente dalle risorse proprie disponibili a livello locale di governo (Primary Care Trusts e Hospital Trusts).

Il nuovo paradigma del VBP, partendo dal presupposto che una migliore qualità dell’assistenza possa essere teoricamente associata a una diminuzione dei costi complessivi, si configura quale sfida assai interessante per i policy makers europei, sempre più alle prese con le pressanti esigenze di contenimento dei costi dovuti all’invecchiamento della popolazione. Da un punto di vista pratico, il concetto di VBP (di per sé assai astratto) non è stato ancora formalizzato nei dettagli, al punto che il Governo inglese ha preferito posticiparne la sperimentazione rispetto al preventivato gennaio 2014; attualmente si parla di fine anno come possibile scadenza.

L’obiettivo del seguente articolo consiste nell’analizzare criticamente, seppure a distanza, i contenuti del dibattito in corso attraverso la raccolta dei contributi più significativi sul VBP pubblicati ad oggi in letteratura.

 

 

Il concetto di Value-Based Pricing

L’orientamento al valore nella determinazione del prezzo dei prodotti è un concetto assai dibattuto nella letteratura economico-aziendale, nonostante non sia stato ancora raggiunto un consenso unanime sulla definizione di “valore”, né tantomeno sulla sua misurazione.

A differenza degli altri paradigmi basati sui costi e sulla concorrenza, il VBP è un metodo di determinazione del prezzo di un prodotto basato essenzialmente sul valore percepito dal punto di vista del cliente e di conseguenza anche sulla sua disponibilità a pagare.8

Secondo tale approccio, i clienti sono guidati nei loro comportamenti d’acquisto da alcuni orientamenti motivazionali di fondo che conducono alla ricerca del benessere e della soddisfazione; il prodotto è visto come un “paniere di attributi”, in base ai quali si fondano le percezioni soggettive dei clienti stessi in merito ai benefici attesi dall’acquisto del prodotto (il c.d. “valore d’uso”) e ai diversi sacrifici necessari per ottenerlo (il c.d. “costo d’acquisizione”).9 Un tale concetto presuppone che la “domanda” possa esercitare le proprie scelte su un numero elevato di alternative di “offerta”, omogenee nella loro funzione d’uso e in concorrenza tra loro.

Lo scopo finale di ogni transazione commerciale diventerebbe, quindi, “offrire valore” (calcolato come media ponderata dei punteggi assegnati ad ogni singolo attributo) al cliente, in modo tale da indurlo a pagare il prezzo di vendita del nuovo prodotto. In questo modo, l’impresa che sarà in grado di conseguire un vantaggio competitivo nel lungo periodo non sarà necessariamente quella che pratica i prezzi più bassi, ma piuttosto quella che adotta un prezzo idoneo a massimizzare “il valore percepito dal cliente”. La natura di tale “valore” è intrinsecamente: a) multidimensionale, includendo benefici e costi; b) soggettiva, in quanto derivante dai processi decisionali che ciascun cliente esprime in ragione dei propri repertori cognitivi; c) dinamica, ossia mutevole, in funzione di numerose variabili (in prevalenza tecnologiche e socio-economiche), molte delle quali al di fuori del controllo di una singola azienda; d) relativa, con riferimento alla concorrenza.10

Il VBP assume infine che il prezzo di vendita così concepito sia parametrato a un valore benchmark preso come riferimento. In generale, i clienti effettuano una comparazione implicita con il prodotto leader del mercato, anche se talvolta il termine di confronto può essere considerato il valore medio di tutte le alternative d’offerta presenti. Qualora tale valore sia maggiore di quello benchmark di riferimento, si determina un superiority premium, che può in parte tradursi in un premium price rispetto al prezzo di vendita del valore benchmark di riferimento. Viceversa, qualora tale valore sia inferiore, il prezzo di vendita dovrebbe essere ridotto fino al punto in cui l’inferiority premium venga eliminato e i consumatori siano disposti ad acquistare il prodotto, qualora decisi a indirizzarsi su prodotti di più basso valore.

Nonostante, come già detto, l’idea di “pagare sulla base del valore per il paziente” sia argomento assai più recente in sanità e legato a quello che in letteratura è stato definito “il fallimento della concorrenza” nell’assistenza sanitaria statunitense,11 la volontà di interpretare “i risultati di salute per ogni dollaro di costo speso” è stata tuttavia accolta entusiasticamente anche in Europa, in particolare nel Regno Unito, come parte integrante di quel nuovo movimento trasversale, definito con l’acronimo P4P (i.e. Pay for Performance), mirato a introdurre nuovi meccanismi di incentivi e disincentivi per il raggiungimento di obiettivi prefissati di performance, qualità ed efficienza nella fornitura dei servizi sanitari. Questo cambiamento è evidente anche nel modo in cui sono presentate e organizzate le nuove politiche sanitarie, quasi tutte orientate al valore e alla ricerca del risultato. Nel Regno Unito, ad esempio, il pagamento dei Medici di Medicina Generale è stato definito “Quality Outcomes Framework” e quello degli ospedali per singola attività “Payment by results“; il VBP, inteso nel senso di pagare in base al valore del farmaco, è sicuramente parte di questa tendenza generale e in un certo senso ne simbolizza sia i limiti che le ambizioni.

 

 

Il Value-Based Pricing applicato ai farmaci

Se da un lato sono molteplici e non sempre univoche le definizioni di VBP fornite dalle autorità pubbliche inglesi,12,13,14 dall’altro sono ancora meno gli studi15,16 che hanno tentato di descriverlo dal punto di vista metodologico, cercando di anticipare e interpretare i contenuti del dibattito tuttora in corso.

Innanzitutto, il nuovo paradigma si configura come un’inversione sostanziale dei “ruoli in gioco”, a vantaggio di un nuovo sistema di regolazione in cui, nonostante le aziende farmaceutiche restino libere di fissare i propri prezzi di listino, il National Health Service (NHS) avrebbe il compito (direttamente per mezzo del Ministero della Salute o indirettamente tramite il NICE o altro organismo terzo indipendente) di determinare (ed eventualmente ricontrattare) il prezzo massimo di rimborsabilità di un nuovo farmaco in base al valore apportato. Tuttavia, cosa si intenda per “valore” è ancora tutto da chiarire, visto che ad oggi in letteratura si incontrano una vasta gamma di enunciazioni di principio. Il Dipartimento della Salute inglese ha indicato,13 oltre ai consolidati QALY, altri tre elementi da considerare in fase di valutazione: 1) il grado di innovatività terapeutica rispetto al comparator esistente; 2) l’impatto della malattia (in termini anglosassoni burden of disease), definito quale combinazione di severità della patologia e livello di appagamento di bisogni insoddisfatti; 3) l’apporto alla società, non solo in termini di aumento della produttività derivante dal ritorno al lavoro del paziente, ma anche di benefici per chi assiste il paziente (in termini anglosassoni i caregivers). Altri studi hanno tentato di proporre ulteriori criteri, quali le preferenze e i giudizi dell’opinione pubblica,17 aspetti di bioetica (ad esempio il diritto a ricevere cure dignitose e gratuite, prediligendo trattamenti meno invasivi e rischiosi)18 e il confronto con altri parametri utilizzati da autorità di valutazione di riconosciuto livello internazionale.19,20 Ulteriori elementi da considerare potrebbero essere, infine, le caratteristiche del paziente in base all’età e al suo effettivo stato di salute,17 differenziando, attraverso un sistema di pesi e ponderazioni, la valutazione dei potenziali benefici per singole categorie di pazienti.

Ai fini della misurazione e dell’assegnazione di un “valore” complessivo al singolo farmaco, appare inoltre indispensabile definire in modo chiaro e univoco l’unità di misura di ciascun elemento (siano esse unità naturali o scale di misurazione binaria o categorica), la prospettiva d’analisi (terzo pagante, paziente, società o una combinazione di esse) e l’approccio da adottare nell’aggregazione del valore derivante dai singoli attributi considerati, sia esso quello dei benefici netti, dell’ADMC (Analisi Decisionale Multi-Criterio che, a differenza della prima, non prevede la monetizzazione), dell’Analisi Costo Utilità (ACU) ponderata o di un semplice processo deliberativo.16 Infine, l’autorità pubblica dovrebbe stabilire con certezza la regola decisionale per convertire il risultato dell’analisi in una stima di prezzo, sia essa puntuale o determinata in forma di intervallo (range), sulla base della quale il farmaco possa essere giudicato sostenibile per il sistema. Un esempio tratto dalla letteratura15 può aiutare a comprendere la logica sottostante al nuovo processo di valutazione.

In Figura 1 sono rappresentati tre prodotti aventi indicazione terapeutica differente, identico beneficio incrementale atteso (pari a 2 QALY) e tre ipotetici prezzi distinti (P1, P2, P3), insieme alla soglia di costo-efficacia (fissata per semplicità al valore unico di £ 20,000 per QALY). Il nuovo farmaco (A), con costo incrementale per il NHS di £ 20,000 e prezzo P1, avrebbe un ICER di £ 10,000 per QALY guadagnato, inferiore alla soglia di riferimento e come tale costo-efficace per il sistema. In questo modo l’autorità sanitaria, pagando per quel prodotto un prezzo P1 inferiore a quello di equilibrio, conseguirebbe un surplus a svantaggio dell’azienda produttrice, da impiegare a copertura di altre aree del NHS. Diversamente, nel caso del secondo prodotto (B) al prezzo P2, il NHS si troverebbe in una situazione di “ottimo allocativo”, nonostante il costo incrementale di £ 40,000, assai più elevato del prodotto A, in quanto riuscirebbe ad ottenere lo stesso guadagno di salute (2 QALY) e un ICER di £ 20,000 per QALY, pari comunque al valore soglia. In questo modo, pur essendo il beneficio netto per il NHS pari a zero, l’azienda farmaceutica si vedrebbe riconosciuto il “giusto” valore al proprio prodotto. Infine, il terzo farmaco (C) con prezzo P3 più elevato, presenta costi incrementali pari a £ 60,000 e un ICER di £ 30,000 per QALY (oltre la soglia limite di costo-efficacia). In quest’ultimo caso, la rinuncia al beneficio di salute potenzialmente acquisibile (3 QALY in base al valore soglia) sul mercato supererebbe il beneficio per la salute ottenibile dalla tecnologia in questione (2 QALY); quindi i benefici netti complessivi per la salute sarebbero negativi (-1 QALY). Il farmaco C non sarebbe dunque conveniente per il NHS al prezzo P3, con “risultati negativi” in termini di benessere generale del Paese.

In sostanza, il “ribaltamento” insito nel VBP si tradurrebbe nel determinare il prezzo rispetto al quale il rapporto incrementale costo-efficacia (ICER) non sia superiore alla soglia di costo-efficacia prefissata (nel Regno Unito variabile tra
£ 20-30,000), al di sopra della quale si assume un mancato utilizzo ottimale delle risorse per il NHS. Da un punto di vista pratico, quindi, il prezzo del farmaco ottenuto tramite la stima del suo valore diventerebbe l’incognita; in questo modo, secondo il parere di alcuni studiosi,15 verrebbe posto al riparo dalle logiche del dibattito politico insieme alla soglia di costo-efficacia, diventando un risultato frutto dell’evidenza empirica di una supposta analisi scientifica.

Siffatto meccanismo dovrebbe, almeno in teoria, garantire che i benefici netti per la salute derivanti dall’utilizzo di un farmaco siano controbilanciati dal costo incrementale ad esso connesso, in modo tale che i vantaggi della “vera” innovazione siano riconosciuti al produttore per mezzo di un prezzo “giusto”, mentre i benefici netti complessivi del NHS risultano complessivamente pari a zero. Il sistema necessiterebbe per definizione di una revisione periodica dei prezzi, calcolati in modo tale che si tenga conto anche delle disponibilità economiche del momento e dell’evoluzione del mercato (si pensi, ad esempio, al caso dell’introduzione di un generico o di un biosimilare conseguente alla scadenza di brevetto dell’originatore, che crea un surplus da reinvestire a vantaggio del NHS).

Bisogna infine tener presente che sia l’efficacia che i costi spesso variano fra i sottogruppi di pazienti. Indipendentemente dal fatto che le autorità sanitarie stabiliscano una stima puntuale del prezzo di rimborsabilità o un range, il produttore potrebbe teoricamente fissare una gamma di prezzi diversificati, segmentando i vari mercati e offrendo prezzi più elevati per i sottogruppi (in genere meno popolati) più rispondenti e quindi convenienti per il NHS (modello ad alto prezzo e bassi consumi) e prezzi assai più bassi per quelli con target più ampio (modello a basso prezzo ed elevati consumi). In definitiva, se correttamente applicato, un sistema del genere dovrebbe garantire al NHS di esplicitare ciò che è affidabile e di valore attraverso le leve del prezzo e della rimborsabilità, condividendo i benefici dell’innovazione con le aziende e fornendo nel lungo periodo una sorta di incentivo a sviluppare nuovi farmaci nelle aree terapeutiche oggi meno esplorate e di maggiore interesse per la salute pubblica, attraverso l’offerta di un adeguato ritorno sugli investimenti che sia in grado realmente di riorientare e indirizzare gli sforzi di Ricerca & Sviluppo (R&S) delle aziende farmaceutiche.

 

 

 

Discussione

Il limite principale della presente analisi risiede nella mancanza di una revisione sistematica dei contenuti presenti in letteratura. Peraltro, essendo il VBP applicato ai farmaci un concetto ancora tutto da definire in pratica, il nostro tentativo può comunque essere considerato uno sforzo di descriverne a grandi linee contenuti e criticità, rimandando a un momento successivo lo svolgimento di revisioni critiche più approfondite e strutturate.

A differenza dei PAS (concettualmente assai simili ai nostri contratti d’esito), basati sulla valutazione ex post (caso per caso) di efficacia o costo-efficacia, il VBP può essere considerato una valutazione ex ante (generale) del valore di un nuovo farmaco che, attraverso la determinazione di un (o di un intervallo di) prezzo di rimborsabilità, ha l’ambizione di perseguire l’efficienza allocativa nel mercato farmaceutico, promuovendo allo stesso tempo un efficiente sviluppo industriale del settore nella scia della consolidata tradizione anglosassone.

Tuttavia, da un punto di vista pratico, molteplici sono i nodi critici ancora da risolvere. In primo luogo, stando a quanto affermato dalle autorità pubbliche inglesi, il nuovo metodo dovrebbe essere applicato solo ai nuovi farmaci immessi sul mercato, generando quindi nel periodo di transizione (breve o lungo che sia) una sorta di “doppio sistema” di prezzo e di accesso al mercato di non facile gestione. Quindi, al fine di rendere armonico il sistema nel suo complesso, sarebbe quanto mai opportuna una revisione periodica dei prezzi basata sul nuovo metodo, che necessiterebbe tuttavia un coinvolgimento ancora maggiore delle autorità di valutazione, oltre a una notevole puntualità e sistematicità d’approccio.

In secondo luogo, l’adozione della prospettiva sociale, ben più ampia di quella generalmente adoperata, potrebbe far emergere problemi di equità qualora si riconoscesse una remunerazione più alta per alcune patologie a discapito di altre; si pensi, ad esempio, al caso di malattie croniche e degenerative che emergono generalmente in età lavorativa e conducono alla disabilità permanente, rispetto ad altre con un incidenza maggiore in fasce d’età non lavorative o con un decorso assai più breve, ma acuto o comunque meno invalidante.

In terzo luogo, il processo di riadattamento e ponderazione dei QALY come strumenti di misura dell’efficacia di un farmaco, sulla base delle varie patologie (distinguendo ad esempio i trattamenti di fine vita e gli effetti a lungo termine nel caso di malattie croniche) e delle diverse tipologie di pazienti (si pensi tipicamente alla peculiarità di quelli pediatrici). Tali indicatori di sintesi, ancorché ampiamente utilizzati in letteratura, presentano tuttora notevoli difficoltà di applicazione e limitazioni, non cogliendo necessariamente tutti gli aspetti del valore di un farmaco,5 oltre a necessitare di tempi assai lunghi per una nuova e definitiva validazione.

Ancora, il nuovo schema presuppone la possibilità di accesso e l’esistenza di informazioni complete, robuste e adattate al contesto di riferimento (non sempre facili da ottenere), presupponendo quindi che la stima della soglia di costo-efficacia, assai criticata per la sua arbitrarietà e per questo sottoposta in tempi recenti ad alcuni cambiamenti, sia comunque in grado di rispecchiare fedelmente la nuova prospettiva adottata.

Infine, l’apparente “idillio” tra autorità pubbliche e controparte industriale sul nuovo schema potrebbe in realtà interrompersi bruscamente qualora la nuova valutazione di valore ammettesse come comparator molecole genericate o biosimilari o venisse comunque adottata una logica di “prezzo di riferimento”, a detrimento della libertà di definizione del prezzo del farmaco ancora in vigore nel Regno Unito. La scelta del comparator condiziona in modo significativo il valore del rapporto costo-efficacia di un nuovo farmaco, generando svariate configurazioni di costi differenziali. A questo proposito, a dispetto di alcune opinioni isolate in letteratura,21 è forse il caso di ribadire che il generico (o biosimilare) rappresenta comunque un “segnale forte” per le imprese, in grado di riorientare gli investimenti in R&S verso bisogni insoddisfatti, anche se non sufficiente di per sé a spingerle a investire maggiormente in vera innovazione (“breakthrough”) piuttosto che in innovazione incrementale (“me too”).

Inoltre, se ad oggi (con il PPRS) gli interessi economici del settore sono stati influenzati dalla necessità di sostenere la competitività dell’industria farmaceutica nazionale, offrendo allo stesso tempo condizioni favorevoli per gli investimenti in R&S attraverso una politica di prezzi liberi, con il VBP l’intento del Governo inglese sarebbe quello di riorientare gli investimenti di R&S verso aree terapeutiche più vantaggiose per il NHS, senza che ciò comporti la perdita da parte del Paese di quella posizione di primo piano nel settore farmaceutico europeo e internazionale, conquistata nel corso del tempo, che ad oggi fa ancora sì che, nonostante il mercato inglese rappresenti solo il 3-4% delle vendite a livello internazionale, il 25% del mercato mondiale prenda come riferimento i prezzi di listino inglesi dei farmaci sotto brevetto (fra i più alti in Europa). I nuovi prezzi di rimborsabilità così calcolati potrebbero quindi rappresentare i nuovi standard per una revisione basata sul “valore” anche dei prezzi negli altri Paesi europei.

L’approccio del VBP, in ultima analisi, richiede la conversione di un valore in un determinato prezzo monetario, previa valutazione dei valori marginali di tutti i benefici, non solo legati ai QALY. Tutte le fasi di questo approccio implicano quindi margini di incertezza e errore. Di conseguenza, la valutazione del valore complessivo può fornire dei riferimenti precisi a una negoziazione di prezzo, ma non si può pretendere di identificare un prezzo univoco basato sul valore. Qualunque sia la soluzione finale adottata per la determinazione del prezzo dei farmaci, bisognerà comunque giudicarla in base ai risultati pratici conseguiti (tipicamente il livello medio dei prezzi e le eventuali distorsioni generate nel mix di farmaci consumati) e sulla coerenza con gli obiettivi prefissati di politica del farmaco.

Un’ultima considerazione, più tecnica, riguarda infine l’eventuale rafforzamento del ruolo del NICE, che potrebbe determinare un ulteriore consolidamento per quella che oggi viene denominata “farmaco-economia”: nata come attività di marketing (in senso buono) e ispirata dall’industria farmaceutica come strumento per promuovere il valore dei propri prodotti, sembra oramai essersi trasformata in un potente strumento nelle mani delle autorità pubbliche per migliorare l’efficienza dell’assistenza sanitaria, al punto tale da potersi ritagliare un posto (seppur di nicchia) nella scienza economica contemporanea.

 

 

 


 

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