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Intervista a Giovanni Fattore,1 Silvio Garattni,2 Arturo Zanni3

 

 

Parole chiave:

FARMACI,
TUMORI,
PREZZI

 

Abstract

La spesa in farmacio ncologici nuovi, ma non sempre innovativi, è in continua crescita e rischia di risultare non più sostenibile da parte del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN), a causa anche della perdurante crisi economica, la più lunga e profonda che l’Italia abbia sperimentato nel secondo dopoguerra.
Gli autorevoli partecipanti a questa tavola rotonda contribuiscono al dibattito sull’argomento da vari punti di vista (sanitario, economico e industriale), fornendo un quadro esauriente della dialettica in corso.



1    Fattore Giovanni - Università commerciale Luigi Bocconi, Milano
2    Garattni Silvio - IRCCS, Istituto Mario Negri, Milano
3    Zanni Arturo - Sanofi-Aventis Italia, Milano


 

A vostro parere, la crisi economica ha effettivamente intaccato la disponibilità di terapie farmacologiche in oncologia (realmente innovative), tanto da pregiudicare il diritto costituzionale alla salute?

 

Garattini

A mio parere la crisi economica ha un peso certamente anche sulla sanità perché la povertà è uno dei principali fattori di rischio di malattia e quindi il fatto che la nazione si stia impoverendo e che la percentuale di disoccupati (in gran parte giovani) sia in crescita ha un grande peso sulla salute del nostro Paese e avrà delle ripercussioni, probabilmente non così evidenti a breve perché è un problema di lungo periodo, salvo problemi di salute mentale di cui già vediamo alcuni clamorosi risultati.

Penso che i tagli siano eccessivi e quindi di fatto non saranno fattibili; tuttavia ritengo non ci si debba lamentare della diminuzione di risorse perché in sanità ci sono molti sprechi e si può tagliare laddove è necessario. Aggiungo che l’idea sbagliata è quella del taglio lineare, secondo cui tutte le regioni devono tagliare in modo eguale; non differenziare le regioni che sono virtuose, e quindi hanno il bilancio in pareggio, rispetto alle regioni che invece hanno accumulato deficit è un grande errore, perché i tagli dovrebbero tenere conto dell’efficienza dei vari sistemi a livello regionale.

Detto questo a livello generale, ritengo che certamente si possa risparmiare molto anche nelle terapie farmacologiche in oncologia. È un problema molto delicato perché si toccano aspetti emotivi: i tumori rappresentano malattie estremamente gravi che inducono le famiglie e i pazienti a volere tutto quello che sembra assolutamente utile per migliorare la situazione. In realtà, bisogna dire che molte di queste terapie farmacologiche hanno scarso significato, perché il loro effetto è molto limitato; spesso trattasi di un paio di mesi di sopravvivenza in più e, fra l’altro, con una cattiva qualità di vita, essendo pochi i nuovi farmaci che hanno un effetto se somministrati da soli. Infatti, in generale, i farmaci innovativi vengono somministrati in combinazione con la chemioterapia che è la parte più efficace; quindi, il risultato che si ottiene consiste nella somma degli effetti della chemioterapia con quelli del nuovo farmaco, spesso non così ben tollerato come si poteva sperare trattandosi di farmaci biotecnologici, caratterizzati purtroppo da tossicità spesso molto pesanti. Ritengo si debbano prendere delle misure cominciando dalla consapevolezza che i dati che abbiamo a disposizione sui trattamenti antitumorali indicano che molto spesso l’ultimo trattamento avviene a distanza di poco tempo dalla morte; questo può essere considerato un accanimento terapeutico perché si sa benissimo che non ci sono più possibilità. Quindi bisognerebbe tenere conto del fatto che, quando si arriva a uno stadio avanzato della malattia in cui le metastasi sono diffuse, è più ragionevole pensare a forme di terapia palliativa che accompagnino la fase finale della vita, anziché continuare a usare farmaci e molto spesso addirittura ad abbandonare il paziente. Infatti,  quando il paziente arriva a non ricevere più trattamenti antitumorali, viene lasciato a sé stesso, quando invece bisognerebbe organizzare bene questa fase finale, risparmiando sui trattamenti che non sono necessari, perché appunto siamo già in fine di vita, a scapito delle risorse che si potrebbero dedicare a questa fase terminale.

 

Fattore

In quanto economista, sento il dovere di ricordare brevemente che attraversiamo la crisi più lunga e profonda che l’Italia abbia avuto dal secondo dopoguerra, probabilmente di una gravità simile se non peggiore di quella degli anni trenta del secolo scorso. Quindi, siamo in una situazione straordinaria in termini di crisi economica, soprattutto perché appare prolungata, e non ciclica come quelle degli scorsi decenni. Inoltre, questa crisi arriva dopo vent’anni di sostanziale stagnazione della nostra economia: non soltanto siamo in netta recessione, ma lo siamo dopo vent’anni di crescita zero (o poco più che zero) e quindi abbiamo un’economia che ha perso notevolmente terreno rispetto non solo alle “tigri asiatiche” e agli Stati Uniti, ma anche nei confronti degli altri Paesi della UE e della zona euro. Alla crisi economica si accompagna anche una crisi di natura politico-istituzionale che ci fa pensare non sussistano le condizioni per avere uno slancio, un’iniziativa forte a livello civile e politico.

In questo contesto, siamo ovviamente tutti preoccupati dell’effetto della crisi sul sistema sanitario, che è di natura duplice: da un lato, la crisi impoverisce le famiglie e aumenta il rischio sanitario; dall’altro, essendo una crisi legata anche alle risorse pubbliche, è associata a tagli di spesa per la sanità pubblica; inoltre, si accompagna probabilmente a maggiori difficoltà da parte delle famiglie, anche per quanto riguarda l’accesso ai servizi privati.

È bene tenere presente che esiste un dibattito scientifico su quali sono gli effetti della crisi sulla salute delle persone, da cui emerge un effetto abbastanza articolato. Sicuramente, in una società come la nostra, i soggetti più colpiti sono rappresentati sostanzialmente da chi perde il lavoro e chi non riesce a entrare nel mercato del lavoro; sono molto meno colpite le persone più protette (lavoratori dipendenti della PA e in settori solidi, pensionati), anche se esiste sicuramente un effetto di “ansia collettiva” che può avere anche rilevanti effetti economici e sociali.

È importante anche ricordare che possono esserci degli effetti positivi derivanti dalla crisi economica perché le ristrettezze economiche possono portare a miglioramenti dei comportamenti o a effetti indiretti, come una caduta della mortalità per incidenti sul lavoro, e soprattutto,  per incidenti stradali. Tuttavia, ciò non vuol dire che la crisi sia auspicabile, ma bisogna essere evidence based anche su questi aspetti.

Sono completamente d’accordo con quanto detto dal Prof. Garattini e mi sento di aggiungere che non mi sembra ci sia ancora un impatto della crisi così significativo sulla disponibilità di terapie farmacologiche in oncologia; quindi, siamo lontani dal pregiudicare il diritto costituzionale alla salute. Secondo me, se questo diritto è in pericolo, non è per le ristrettezze economiche che impattano sull’accesso ai farmaci, in quanto i problemi più seri consistono nel fatto che, anche in oncologia, non ci sono su tutto il territorio nazionale le competenze adeguate al livello dei migliori standard professionali tecnico-scientifici per gestire i pazienti. Ritengo che questa dovrebbe continuare a essere la preoccupazione principale del nostro Paese.

 

Zanni

L’82% degli oncologi italiani,  intervistati dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), ha risposto che nell’ambito dell’attuale situazione di crisi economica, la loro possibilità di scegliere la terapia più opportuna per trattare un paziente è diversa e limitata rispetto a quanto avveniva prima della crisi. Questo dato ci porta a poter affermare  che la crisi economica ha effettivamente intaccato la libertà di scelta dei medici per quanto concerne l’accesso alle terapie farmacologiche in oncologia.

Inoltre, la congiuntura economica ha allungato ulteriormente i tempi di accesso ai farmaci per un cittadino italiano rispetto a quanto avviene in altri Stati europei come la Germania, la Francia, l’Inghilterra e le nazioni del Nord Europa, in cui la disponibilità dei farmaci è immediata dopo l’approvazione da parte della European Medicines Agency (EMA); ne consegue che  i problemi dell’economia indotti dalla crisi stanno limitando la libertà di accesso alle terapie.

Nel nostro Paese un cittadino è obbligato a passare attraverso il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ed è previsto  per chi è dipendente il prelievo diretto dallo stipendio al fine di poter usufruire dell’assistenza sanitaria. Inoltre,  la Costituzione italiana attribuisce allo Stato il compito di garantire la salute come diritto. In Europa, i cittadini europei hanno accesso ai farmaci oncologici più rapidamente, in maniera più ampia e meno discriminante rispetto all’Italia.  Si può concludere dicendo che la crisi economica ha in qualche modo compromesso il diritto costituzionale alla salute.

 

La domanda di “nuovi” farmaci in oncologia è fortemente condizionata da una componente “emozionale” che favorisce un’offerta di farmaci a costo elevato, non necessariamente giustificato dal beneficio atteso. Per contrastare questa tendenza, il National Institute for Health and Care Excellence (NICE) ha stabilito una soglia di spesa per QALY e un beneficio minimo nel caso di neoplasia in stadio avanzato. Qual è la vostra opinione e quali soluzioni proporreste per il nostro Paese?

 

Zanni

Una proposta potrebbe essere quella  di cambiare l’architettura del SSN in quanto sarebbe auspicabile andare verso un modello come quello statunitense, nel quale il cittadino riceve un trattamento minimo e, per il resto, ricorre alle proprie risorse.

Nella situazione attuale, il PIL italiano è nettamente in diminuzione rispetto a quello degli altri Paesi europei, ma la quota destinata all’assistenza farmaceutica risulta essere  una delle più basse.

Viviamo in un Paese in cui esiste una cultura che considera il diritto alla vita superiore a qualsiasi altro diritto. Credo che questo valga anche se si tratta solo di pochi mesi di vita di un malato, perché in un mese o due mesi in più possono accadere cose che giustificano il senso di una vita. Ritengo, come molti economisti, che l’architettura del SSN italiano  non possa più funzionare con questa modalità  per continuare a essere fedele alla sua missione. Alcuni  farmaci non possono più essere rimborsati perché oggi il concetto di rimborso, e conseguentemente di assistenza sanitaria pubblica, per determinate patologie non è uguale a quando il  Servizio Sanitario Nazionale fu introdotto, in considerazione della riduzione del costo di alcuni farmaci. Se alcune  terapie farmacologiche possono  arrivare a costare anche 40.000 euro, è corretto che il SSN concentri le proprie risorse e stabilisca dei nuovi parametri.

Malgrado  non siano disponibili  dati facilmente comparabili sul valore dei sistemi sanitari dei diversi Paesi, nell’ultima statistica del 2000 il primo sistema sanitario per qualità era la Francia e al secondo posto si collocava l’Italia. Altre statistiche più recenti, riferite all’accessibilità alla salute, pongono il sistema cubano al primo posto; quello tedesco, inglese ed  americano non sono più riportati nelle prime posizioni. Questo vuol dire che anche il National Institute for Health and Care Excellence (NICE) e il suo sistema non sono poi così ben valutati dai cittadini e dal Paese.

 

Garattini

Il nostro SSN è uno dei migliori al mondo e i dati che riguardano tutti gli indicatori di salute sono fra i migliori che si possano avere, in parte grazie anche al clima e altri fattori, ma comunque non c’è dubbio che il nostro sistema funzioni. Allora credo che non bisogna cambiare il tipo di sistema, anzi dobbiamo stare molto attenti a non cambiarlo; possiamo continuare a dare tutto a tutti, ma seguendo una regola di riferimento secondo cui quello che viene concesso dovrebbe essere basato su un’evidenza scientifica di efficacia e di rapporto beneficio-rischio favorevole e, a parità di beneficio-rischio, costo beneficio-rischio più favorevole. Se pensiamo a tutto quello che possiamo tagliare, basterebbe ricordare che il SSN rimborsa le cure termali; siamo ben lontani da avere un sistema che rispecchia l’evidenza e anche nel campo dei farmaci probabilmente c’è un buon 30% di farmaci che potremmo togliere dal rimborso senza alcun nocumento per la salute degli italiani.

Ci sono però alcune proposte che si possono introdurre in modo adeguato e hanno un grande significato. La prima, secondo me, consiste in un maggior coordinamento fra coloro che si occupano del paziente oncologico. Oggi, con tutte le dovute eccezioni, un paziente può ricevere trattamenti da specialisti diversi, che raramente si parlano fra di loro e quindi raramente stabiliscono un iter razionale per ogni paziente. Già questo sarebbe molto importante per far sì che la terapia utilizzata sia basata sull’evidenza.

La seconda  proposta si riferisce al fatto che la maggior parte degli studi clinici controllati sui farmaci antitumorali sono fatti male, perché non ci sono controlli adeguati e tempi sufficienti, spesso non c’è l’effetto sulla durata di vita, ma si considera molto la Progression Free Survival (PFS), che non è un indice accreditato se non per casi molto specifici, e quindi credo sia necessario migliorare il livello della ricerca clinica; secondo una recente statistica, 12 indicazioni su 21, sono state ottenute con studi di fase 2; delle 9 rimanenti, 6 erano studi di non inferiorità e solo 3 erano ottenute con studi di superiorità.

Un altro fattore rilevante consiste nello stabilire un “beneficio minimo” ragionevole che può essere considerato arbitrario, ma l’arbitrarietà è intrinseca nella maggior parte delle decisioni umane. Ritengo che un nuovo farmaco dovrebbe essere disponibile soltanto qualora abbia un effetto rispetto al miglior trattamento, in termini di un aumento della durata della vita di almeno 6 mesi, perché questo può essere un termine ragionevole con cui qualificare  l’efficacia di un farmaco. Ma ciò viene impedito dalla presenza di una forte lobby dell’industria farmaceutica, che si oppone al cambiamento della legge europea, secondo la quale i farmaci vengono approvati sulla base di qualità, efficacia e sicurezza, senza bisogno di confronti; rischiamo quindi che molti dei farmaci siano in effetti meno attivi di quelli che già esistono anche nel campo dei farmaci antitumorali. Allora credo che bisognerebbe fare un piccolo cambiamento, pretendendo un valore aggiunto di qualità, efficacia o sicurezza per limitare l’autorizzazione all’immissione in commercio di molti farmaci. A mio parere queste semplici regole rispondono agli interessi dei pazienti e, allo stesso tempo rispondono a quanto sottolineato giustamente dal Prof. Fattore: non siamo il “regno della cuccagna”, ma un Paese che deve darsi delle regole perché ha dei problemi che devono essere presi in seria considerazione. Credo si possa fare questo senza cambiare l’architettura del SSN; anche se sono consapevole che gli Enti che si occupano di assicurazioni sono pronti a entrare in sanità il più presto possibile, questo creerebbe il problema di avere poi pazienti di serie A e pazienti di serie B.

 

Fattore

Il rischio che la crisi porti a proposte di riforma strutturale del SSN purtroppo c’è e, lasciatemi aggiungere, è irragionevole pensare di adottare un modello che ha chiaramente dimostrato di non funzionare, tant’è che gli Stati Uniti si stanno muovendo nella direzione del modello europeo. Visto che parliamo di farmaci oncologici, ricordo che un terzo dei cittadini americani in età lavorativa non avrebbe tutti i farmaci coperti dal nostro SSN; forse un decimo dei cittadini (sempre sotto i 65 anni) non hanno neanche le terapie di base oncologiche;  d’altra parte, gli Stati Uniti spendono il 18% del PIL e hanno un’aspettativa di vita inferiore di 3- 4 anni rispetto ai Paesi europei. Quindi, darei per scontato che il modello americano in sanità non sia da seguire. Ciò non  vuol dire che non esistano delle problematiche importanti da affrontare, anche se la via con cui affrontarli è stata già intrapresa ben 20 anni fa, introducendo i livelli essenziali di assistenza. Andando nel concreto, per tranquillizzare tutti, penso che ancora adesso ci siano le condizioni per accettare e introdurre nel nostro Prontuario i nuovi farmaci oncologici. Sono d’accordo che non è razionale ritardare la registrazione di alcuni mesi, magari con espedienti, probabilmente per risparmiare. Si potrebbero stabilire delle regole, anche agganciandosi ad altri Paesi europei (Regno Unito, Germania e Francia) che rimborsano un prodotto immediatamente, dimostrando in questo di avere una maggiore capacità istituzionale e di garanzia. Quindi, si potrebbe anche pensare a meccanismi più forti rispetto a quelli di garanzia, ammettendo al rimborso in Italia i prodotti rimborsati (ovviamente per certe indicazioni) in questi tre Paesi e aggiungerei, data la nostra situazione economica, stando al di sotto del prezzo più basso registrato. Non mi sembra una cosa così drammatica cercare di ottenere prezzi in una fascia inferiore a quella di altri Paesi europei, anche perché si può far valere un principio di proporzionalità tra spesa sanitaria e PIL pro-capite dei Paesi. Ribadisco perciò che è ragionevole che in Germania i prezzi siano più alti che in Italia, perché in Germania si spende in termini di spesa pro-capite il 25-30% in più che in Italia.

Secondo me, quando si parla di farmaci con costi molto elevati, una parte delle risorse deve necessariamente andare ad attività di monitoraggio e valutazione; propendo per un meccanismo addirittura automatico, in cui almeno qualche centinaia di euro per ogni terapia vengano investiti in attività di monitoraggio, raccolta dati, valutazione e ricerca, creando magari anche posti di lavoro per giovani qualificati, una delle vere urgenze di questo nostro Paese.

Infine, come già accennato dal Prof. Garattini, dobbiamo stare attenti a far sì che i pazienti oncologici siano veramente assistiti in maniera adeguata. È un problema di accesso ai farmaci e alle tecnologie, ma non solamente: se poi mancano le risorse assistenziali e gli infermieri e i medici, sotto pressione, non riescono a lavorare bene, saranno pure disponibili le tecnologie migliori, ma la qualità assistenziale rimarrà bassa e i pazienti ne soffriranno. Quindi, non mi limiterei a sottolineare che la tecnologia è importante, ma estenderei l’attenzione all’intero processo assistenziale, incluse le “cure palliative”.

 

 

I biosimilari degli anticorpi monoclonali potrebbero essere lo strumento per contenere la crescita della spesa farmaceutica in oncologia e, al contempo, per allocare eventuali risparmi sui farmaci “innovativi”. Illusione o speranza concreta? E a quali condizioni?

 

Fattore

Faccio un po’ di fatica a inserire la categoria “morale” nella determinazione dei prezzi. Le aziende farmaceutiche fanno ricerca perché gli Stati hanno introdotto l’istituto del brevetto, che crea di fatto delle condizioni di monopolio temporaneo. Se lo Stato non facesse questo, cioè se non ci fossero le istituzioni pubbliche a proteggere le scoperte, la competizione ridurrebbe tantissimo gli incentivi verso la ricerca e sviluppo nella maggioranza dei settori. Questo è stato il modello degli ultimi 40/50 anni e, secondo me, ha dato sicuramente dei frutti molto importanti per la salute, ma anche straordinari profitti alle imprese farmaceutiche in grado di offrire prodotti innovativi.

La domanda da porsi è se nel ventunesimo secolo questo modello sia ancora attuale, cioè se effettivamente sia ancora  il modello migliore per sostenere e incentivare l’attività di ricerca e sviluppo. Da un lato, mi sembra evidente che le pipelines delle aziende non siano simili a quelle di 20 o 30 anni fa; mi pare quindi ci sia qualche problema sulla capacità di produrre realmente innovazione nel settore farmaceutico, e non è detto che prezzi alti siano la risposta. In secondo luogo, il settore farmaceutico ha ragionato fino ad oggi su un mercato di alcune centinaia di milioni di persone, un mercato sostanzialmente in  gran parte formato dall’America del Nord, dall’Europa occidentale,  da Giappone e Australia; quindi, ricerca e sviluppo negli scorsi decenni dovevano ripagarsi sulla vendita a qualche centinaia di milioni di abitanti sul pianeta. Adesso i numeri sono cambiati, siamo in una situazione diversa in cui il settore farmaceutico può puntare su un mercato molto più ampio, anche se con minore disponibilità a pagare. Infine, lasciatemi aggiungere, è chiaro che, anche a livello politico-istituzionale, dobbiamo tenere presente che i BRICS sono già una realtà seria: intendo dire che le politiche economiche industriali del commercio nel mondo di oggi non le fanno soltanto Stati Uniti, Europa e Giappone, ma anche due giganti come India e Cina; bisognerà quindi abituarsi sempre di più a tener conto di questi grandi attori nel nostro sistema globale.

 

Zanni

L’Italia ha adottato la legge brevettuale per i farmaci solo dal 1978; secondo questa norma un farmaco può essere assoggettato alla proprietà intellettuale.  L’assenza di brevetto non produce automaticamente maggiore disponibilità di farmaci. Ad esempio, la rifampicina, un antibiotico ancora utilizzato per la tubercolosi, è fuori brevetto da anni ed esiste un suo generico a basso costo; malgrado questo, oggi ci sono ancora un milione e mezzo di  morti di tubercolosi nel mondo. Quindi  l’eguaglianza “farmaci ad alto costo = non accesso” e, di conseguenza, discriminazione non può essere considerata valida. Un altro esempio è quello della malaria, patologia con mortalità elevata, contro la quale sono disponibili principi attivi  non prodotti da brevetto. Per quanto riguarda il riferimento a recenti normative brevettuali in Paesi emergenti come l’India, la Corte Suprema ha rigettato l’istanza di proprietà intellettuale di un’azienda farmaceutica relativa a un brevetto, non ritenendola valida. In India ci sono 400 milioni di abitanti che vivono con meno di un dollaro al giorno. L’azienda indiana che produrrà il generico di questo farmaco lo metterà in commercio a 150 euro per terapia; poiché il sistema sanitario indiano è diverso da quello italiano, è evidente che 400 milioni di indiani ai limiti della sopravvivenza  non avranno  accesso al farmaco. Da questo dibattito emergono due posizioni agli estremi. Da una parte, le aziende che producono i farmaci e cercano di continuare a fare un’ attività che, con successo, ha migliorato la salute dell’umanità; dall’altro lato chi, giustamente, pone  delle questioni  tecniche e scientifiche. Tuttavia, si deve trovare un punto di incontro  altrimenti non ci saranno più le condizioni per fare ricerca. Concludo con un altro esempio: se non ci fosse stata la protezione dei dati clinici, l’aspirina sarebbe ancora oggi un efficace antipiretico, ma non sarebbe mai diventato un anti-coagulante. Inutile sottolineare che  molti altri farmaci non avrebbero mai avuto la possibilità di aiutare a debellare malattie perché nessuno avrebbe investito senza la protezione brevettuale necessaria per fare ricerche e consentire sviluppi clinici.

 

Garattini

Credo che forse questo problema si riduce alla domanda se abbiamo il diritto di negare a  popolazioni, che sono fatte di uomini e donne come noi, un farmaco che può proteggere dalla morte. Credo che questo non debba essere possibile; ritengo che in questi casi l’industria debba accettare l’idea di mettere a disposizione la possibilità di fare lo stesso farmaco a un prezzo molto più basso. E’ vero che, per quanto basso, forse non a tutti verrà somministrato, ma è altrettanto certo che, al diminuire del prezzo, la percentuale della popolazione che lo potrà avere diventa sempre maggiore. Secondo me il problema non è così rilevante dal punto di vista economico, perché, se l’industria mantenesse il prezzo europeo dei farmaci anti-AIDS, in Africa non ne venderebbe neanche una confezione. E’ vero che c’è poi da tenere in considerazione il problema che questi farmaci, concessi a prezzo molto basso, possono ritornare sotto varie forme in Europa, ma il “parallel import” si può controllare. Penso che l’industria non perderebbe molto se accetta questa idea e mi auguro lo faccia, anche perché a basso costo migliorerebbe molto la sua immagine e anche il suo prestigio.

Però vorrei ritornare al problema degli investimenti in R&D visto che oggi tali investimenti sono diminuiti e l’industria farmaceutica sta correndo il grosso rischio di non essere più adeguata alle esigenze e alle richieste di salute. L’industria farmaceutica si sta concentrando molto sui tumori perché lì si accettano prezzi molto elevati, ma forse oggi il bisogno principale di farmaci è nel campo delle malattie mentali e degli antibiotici, di cui le big pharma hanno addirittura dichiarato di non volersi più occupare.

Allora deve essere assicurato in qualche modo un interesse da parte dell’industria per tutti i bisogni di salute, altrimenti si rischia di cambiare molte cose e di dover modificare l’altro sistema in tutt’altro modo. Ritengo che l’industria farmaceutica abbia in realtà molte più potenzialità di quante ne mostri ora, cioè che abbia molte più capacità di dare risposte, ma in qualche modo bisogna forzarla. Finché il sistema è così facile, per cui in fondo si approva tutto se ci sono qualità, efficacia e sicurezza, è chiaro che l’industria percorrerà la via facile. Tutti usiamo la macchina se lo possiamo fare, anziché prendere la bicicletta o andare a piedi. Se però siamo forzati, perché a un certo punto non abbiamo più soldi per pagare la benzina, prendiamo la bicicletta. Secondo me, l’industria è un organismo particolarmente propenso adattarsi alle situazioni ambientali; ad esempio, quello che si fa in Messico non è quello che si fa in Inghilterra. Se forziamo l’industria a fare di più attraverso intelligenti leggi, investirà molto di più in ricerca, per darci quei risultati che tutti attendiamo, anche attraverso quello che sta già succedendo e di cui non si tiene tante volte conto a sufficienza. Mi riferisco al fatto che l’industria ha almeno due vantaggi, perché si inserisce 1) sulle conoscenze che vengono prodotte dall’accademia, che rappresentano una spesa molto importante per la società e 2) sull’esistenza del SSN perché, se non ci fosse, credo che molta gente non sarebbe in grado di pagare il prezzo di questi farmaci; infine, ha il grande vantaggio di partenza degli ammalati che si sottopongono in modo gratuito alla sperimentazione clinica, senza la quale sarebbe molto difficile ottenere dei risultati. Credo che ci siano le possibilità per sistemare le cose, ma a un livello un po’ più alto, in cui l’industria dia molto di più di quello che oggi è in grado di fare; peraltro, non credo lo farà spontaneamente, perché non sarebbe logico se non cambiamo le “regole del gioco”.

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