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di Livio Garattini

 

Nel commentare la legge finanziaria di quest’anno in materia di politica del farmaco, non riesco a resistere alla tentazione di partire dall’analisi degli effetti indotti dalla manovra dell’anno precedente (imputabile al passato Governo), prefiggendomi l’ambizioso obiettivo di costruire una sorta di “memoria storica” ai lettori di QdF “ignari della materia” anche per gli anni a venire, con qualche previsione a mo’ di “Cassandra” del settore (prometto fin d’ora che non ometterò anche le eventuali previsioni sbagliate!).
La finanziaria dell’anno scorso era focalizzata sostanzialmente su due argomenti: premium price e taglio dei prezzi. Ebbene, per quanto concerne il primo, non solo non si trova traccia nell’attuale finanziaria, ma nemmeno se ne troverà probabilmente nella “storia d’Italia”, visto che anche nel 2006 (come già accaduto nel 2005), nessun premium price è stato riconosciuto ai prodotti innovativi, a dispetto dei tanto “strombazzati” accordi di programma e lodevoli propositi vari; c’è comunque da scommettere che l’argomento verrà ancora ripreso negli anni a venire per soddisfare le ambizioni delle tante persone “malate di protagonismo” che continueranno a proliferare nel nostro Paese.
Quanto al secondo argomento, la continuità c’è, eccome, anche in questa finanziaria e sarebbe stato difficile immaginare il contrario, visti i tempi di “vacche magre” che la finanza pubblica tuttora vive e vivrà ancora per lungo tempo, a prescindere dal “colore” dei Governi che si susseguiranno. In alternativa ai già preventivati tagli dei prezzi del 5% decisi dall’AIFA (delibera 27.9.2006), reiterati anche per il 2007, qualora risultino dei deficit (molto probabili in alcune Regioni) rispetto ai tetti di spesa, rimasti anch’essi invariati (il 13% per la farmaceutica convenzionata e il 16% per il totale della spesa farmaceutica, comprensiva della farmaceutica ospedaliera e della distribuzione diretta dei farmaci da parte delle aziende sanitarie), la novità contenuta nell’ultima finanziaria è quella di consentire alle singole aziende farmaceutiche di poter ricorrere al pay back. In pratica, al posto di vedersi tagliati d’imperio i prezzi per coprire la quota loro spettante di deficit, le aziende possono scegliere di restituire il “fatturato eccedente”, mantenendo invariati i prezzi. Questa seconda opzione, apparentemente molto simile dal punto di vista del SSN nei risultati all’altra (cioè il taglio dei prezzi), è in realtà assai gradita all’industria, soprattutto alle aziende multinazionali che si sentono danneggiate nelle loro strategie di prezzi uniformi (e tendenzialmente elevati) in Europa, mirate a limitare (se non a eliminare) il fastidioso fenomeno del parallel import/export (importazione/esportazione degli stessi prodotti da parte di filiali della stessa azienda di Paesi con prezzi molto alti/bassi, a tutto danno del fatturato complessivo di casa madre). Se questa opzione può quindi essere considerata almeno come un segnale di novità e attenzione nei confronti dell’industria farmaceutica, sorta di compensazione rispetto alla difficoltà (per non dire impossibilità) di condurre una politica industriale in Italia, ciò che mi lascia dubbioso sono i tempi molto ristretti e le modalità tecniche di questa possibilità. Infatti, la legge afferma che ciascuna azienda farmaceutica potrà optare per un versamento alla singola Regione che ha registrato un deficit, per un importo corrispondente a quello derivante dalla riduzione del prezzo, inoltrando una richiesta che dovrà pervenire all’AIFA entro il 30 gennaio. Successivamente, entro il 10 febbraio 2007, l’AIFA delibererà in merito all’approvazione delle richieste delle singole aziende farmaceutiche e disporrà, a partire dall’1.03.2007, il ripristino dei prezzi dei relativi farmaci in vigore il 30 settembre 2006. Ora i dubbi sono tutti legati alla ristrettezza delle due scadenze iniziali della manovra (fine gennaio e inizio febbraio) e all’assenza di qualsiasi informazione in merito a come definire la cosiddetta “quota spettante di deficit” per singola azienda. Infatti, esistono diversi possibili criteri per ripartire il deficit di spesa (per definizione complessivo) a livello di singola azienda: esso verrà suddiviso in base alle quote di mercato, all’aumento di fatturato da un anno all’altro, per singolo prodotto o cos’altro? Pare che in AIFA abbiano già deciso e concertato con le Regioni interessate tutto in largo anticipo, anche se “Cassandra” non farebbe molta fatica a prevedere una “pioggia di ricorsi e contenziosi” da parte delle aziende. Un attimo di pazienza e fra qualche settimana lo sapremo tutti.
Il secondo aspetto su cui voglio soffermarmi riguarda due manovre in realtà distinte:

  • la possibilità da parte delle Regioni in deficit, che hanno comunque garantito la copertura dei disavanzi, di avere accesso ai finanziamenti integrativi stanziati dalla legge Finanziaria 2005 (con riferimento alla spesa farmaceutica registrata nel 2005 e nel 2006) nel caso in cui, entro il 27 febbraio 2007, decidano di applicare una quota fissa per confezione o anche diverse misure regionali di contenimento della spesa farmaceutica, purché di importo adeguato, l’adozione e la congruità delle quali sarà verificata entro il 28 febbraio 2007 da un “tavolo tecnico di verifica degli adempimenti” (con il supporto dell’AIFA);
  • l’obbligo da parte delle aziende di assicurare un margine non inferiore al 25% al dettaglio per i medicinali Sop e Otc, calcolato sul prezzo massimo di vendita (non superiore a quello in vigore al 31 dicembre 2006).

Ambedue le manovre hanno come tratto comune quello di abbinare “antichi vizi” a possibili “nuove virtù”. Infatti, il legislatore italiano sembra non perdere mai la pessima abitudine di voler normare i dettagli ope lege, anche quando cerca di riformare positivamente il sistema. Che senso ha nel primo caso, al di là dell’evidente complessità della manovra, indicare alle Regioni le modalità di recupero del deficit e prevedere l’ennesimo “tavolo tecnico”? In clima di federalismo, non sarebbe molto meglio lasciare che siano le singole Regioni che hanno registrato un deficit a sbrigarsela da sole? Detto un po’ brutalmente, sono “affari loro”, in quanto debbono imparare a loro spese che la devolution comporta anche “oneri” e non solamente “onori”.
Nel secondo caso, poi, il provvedimento risulta quasi “schizofrenico”, al punto tale da far pensare che certe risoluzioni continuino a essere fortemente influenzate dalle lobbies del settore in Parlamento. Dopo la tanto contestata quanto lodevole liberalizzazione contenuta nel “decreto Bersani”, la quale ha già prodotto un significativo decremento dei prezzi (mediamente del 25-30%), la nuova finanziaria introduce per i farmaci da banco una sorta di “margine obbligatorio” del 25% alla distribuzione al dettaglio che prima non esisteva. Al di là dell’arbitrarietà della cifra fissata, è legittimo interrogarsi sull’opportunità di siffatta norma dopo aver liberalizzato il settore. Per fortuna che qui “Cassandra” ha gioco facile a pronosticare il futuro: al di là delle solite prevedibili polemiche (chissà se i farmacisti andranno a controllare che la grande distribuzione si garantisca almeno il 25%?), non se ne farà nulla di concreto perché sarà pressoché impossibile effettuare controlli in materia, trattandosi di transazioni fra operatori commerciali.
Arrivederci all’anno prossimo.

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