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di A. Curto,1 K. van de Vooren,1 L. Garattini1

 

 

Parole chiave:

compartecipazione,
Europa,
farmaci

 

Abstract

La compartecipazione alla spesa sanitaria da parte del paziente che usufruisce di un bene o una prestazione da parte del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), comunemente indicata in Italia con il termine “ticket”, ha riscontrato di recente un ampio consenso sulla scena politica nazionale quale leva di regolazione dei consumi e governo della spesa, nonostante le numerose controversie esistenti in letteratura economica riguardanti la sua efficacia ed equità. L’obiettivo principale dello studio è quello di offrire una panoramica sull’applicazione delle misure di compartecipazione alla spesa farmaceutica esistenti nei principali Paesi dell’Europa Occidentale (Francia, Germania, Olanda, Regno Unito e Spagna). Indipendentemente dalla tipologia di sistema sanitario, è stato costatato in tutti i contesti analizzati il ricorso a forme di co-payment obbligatorio, oltre all’adozione di un sistema più o meno esteso di esenzioni a tutela di determinate categorie sociali, condizioni cliniche o di particolare disagio economico. I ticket opzionali sui farmaci, collegati ai sistemi di prezzo di riferimento, potenzialmente i più interessanti, sono stati riscontrati solo in quattro Paesi. In conclusione, un sistema sanitario, al fine della sua sostenibilità, non può prescindere dall’applicazione di meccanismi di compartecipazione alla spesa, al di là della sua effettiva efficacia in termini di maggiore appropriatezza.

 


 

1    CESAV, Centro di Economia Sanitaria Angelo & Angela Valenti

 


 

INTRODUZIONE
Da più di un decennio in Italia, così come in gran parte d’Europa, sono stati introdotti e sperimentati vari strumenti di regolamentazione, sia dal lato della domanda che dell’offerta, della spesa sanitaria e in particolare di quella farmaceutica,1 in un’ottica di maggiore sostenibilità nel lungo periodo per far fronte alle sempre più stringenti esigenze di bilancio che la recente crisi economica internazionale ha contribuito drammaticamente ad accentuare. Tra questi, la compartecipazione alla spesa da parte del paziente che usufruisce di un bene o una prestazione da parte del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), comunemente indicata in Italia con il termine “ticket”, pare ultimamente riscontrare un ampio consenso sulla scena politica nazionale (e non solo) quale leva di regolazione dei consumi e governo della spesa necessaria e indispensabile, nonostante le numerose controversie tuttora esistenti in letteratura economica riguardanti la sua efficacia ed equità.2
In questo lavoro, dopo alcuni cenni introduttivi al concetto di compartecipazione in sanità a livello teorico, si procederà innanzitutto, a un approfondito esame del modello italiano (a livello sia nazionale sia regionale), per poi passare in rassegna quelli esistenti nei principali Paesi dell’Europa Occidentale (Francia, Germania, Olanda, Regno Unito e Spagna), con particolare riferimento alla spesa farmaceutica e alla degenza ospedaliera. La scelta di limitare l’analisi comparativa principalmente a questi due ambiti è dettata sia dalla necessità di non disperdere eccessivamente l’attenzione del lettore, sia dal fatto che la spesa farmaceutica, oltre ad essere il capitolo di bilancio meglio definibile per ciascun Paese, rappresenta anche una delle componenti più importanti della spesa sanitaria e per questo è soggetta in larga misura a ticket, come dimostra l’esperienza italiana degli ultimi anni.3 A margine di ciò, sarà comunque considerata anche la compartecipazione a livello di degenza ospedaliera, allo scopo di esaminarne i presupposti e gli assunti di fondo, in vista di una sua (forse oggi meno remota) applicazione anche nel nostro Paese.
In sintesi, l’obiettivo principale dello studio è quello di offrire una panoramica europea sull’applicazione delle misure di compartecipazione alla spesa farmaceutica, al fine di verificare eventuali indicazioni utili in una visione ad ampio raggio del fenomeno, contribuendo in modo fattivo al dibattito attualmente in corso in Italia riguardo a una possibile rimodulazione e trasformazione dell’intero sistema di compartecipazione.

QUADRO TEORICO
La compartecipazione alla spesa da parte del paziente che usufruisce di un bene o servizio sanitario è nota in letteratura economica con il termine anglosassone “copayment”. Al di là del sistema sanitario in essere, due sono i principali motivi alla base della sua introduzione in sanità: 1) limitare i consumi superflui, disincentivando possibili comportamenti opportunistici (c.d. azzardo morale); 2) finanziare la spesa sanitaria incrementando le entrate a favore del “terzo pagante”, in un’ottica di maggiore sostenibilità nel lungo periodo.4 In pratica, è possibile distinguere tre tipologie fondamentali di copayment:

1. ticket in somma fissa per singolo prodotto/servizio sanitario;
2. ticket in percentuale per singolo prodotto/servizio sanitario;
3. franchigia, ossia una quota minima di spesa in prodotti e/o servizi sanitari interamente a carico del paziente, calcolata su un determinato periodo di tempo (ad esempio un anno), oltre la quale scattano forme di rimborsabilità.

Al fine di comprendere compiutamente gli effetti diretti e indiretti della compartecipazione, dal momento che in sanità la domanda di beni e servizi è in gran parte determinata dal medico (il c.d. fenomeno di “induzione della domanda da parte dell’offerta”), è opportuno inquadrarla nell’ottica del concetto economico di elasticità della domanda al prezzo.
Esistono beni e servizi sanitari (farmaci “salva-vita”, terapie per malati cronici, prestazioni urgenti, trattamenti senza alternative terapeutiche, ecc.) caratterizzati da bassissima elasticità, nei confronti dei quali i pazienti sono sostanzialmente insensibili alle eventuali variazioni di prezzo sul mercato: in tali casi il copayment è più efficace come fonte di finanziamento, piuttosto che quale strumento dissuasivo e di governo del consumo, dal momento che tali pazienti richiederebbero i beni e servizi in questione “costi quel che costi”, garantendo di fatto un gettito sicuro e stabile per il “terzo pagante”, al di là dei prevedibili risvolti critici sull’equità d’accesso nei confronti di persone a più elevato rischio sanitario o comunque bisognose di assistenza.5
D’altra parte, superando l’assioma della non sostituibilità dei trattamenti per un dato stato di salute, esistono anche beni e prestazioni sanitarie caratterizzate da domanda molto elastica; quindi, il fatto che il medico orienti la richiesta del paziente può attenuare, ma non cancellare completamente la funzione dissuasiva del ticket quale strumento di governo della domanda, contribuendo non solo a rendere il paziente cosciente del costo dei beni e servizi di cui usufruisce evitando comportamenti opportunistici, ma anche, a volte, a contrastare casi di collusione implicita tra medico e paziente a danno del “terzo pagante”.
Peraltro, se da un lato è evidente che l’applicazione di un ticket può ridurre il ricorso eccessivo a cure non strettamente necessarie, d’altro canto i pazienti (in particolare quelli che versano in condizioni economiche disagiate) potrebbero decidere, in presenza di una richiesta di compartecipazione eccessiva, di ridurre il proprio livello ottimale di consumo sanitario anche nel caso in cui non fosse opportuno farlo, a danno non solo della propria salute, ma anche del benessere generale della collettività, dal momento che tale comportamento potrebbe avere conseguenze negative nel medio-lungo periodo (in termini ad esempio di maggiori ospedalizzazioni), ripercuotendosi a sua volta sulla spesa sanitaria complessiva.6
Al fine di compensare i potenziali effetti avversi fin qui enunciati, sono in genere previsti meccanismi di tutela pubblici e privati: nel primo caso sotto forma di esenzioni (parziali o totali) per stato di salute e/o condizioni socio-economiche e limiti massimi di compartecipazione per un dato periodo di tempo prefissato; nel secondo, in forme assai variabili di assicurazioni volontarie e complementari a quella pubblica.7
Da un punto di vista teorico, inoltre, si dovrebbe considerare il fatto che un’eventuale applicazione parziale di un ticket potrebbe determinare, in caso di elevata sostituibilità tra diverse forme d’assistenza sanitaria, effetti indesiderati anche consistenti sul piano dell’appropriatezza, ad esempio il ricorso improprio a prestazioni completamente gratuite al posto di quelle gravate da ticket, a ulteriore detrimento dei conti pubblici.8
In letteratura economica esistono numerosi studi che, oltre a indagare tali aspetti, hanno cercato di analizzare gli effetti globali della compartecipazione. Tuttavia, l’effetto netto che essa produce è tutt’altro che chiaro e univoco: alcuni hanno verificato che il ticket riduce la domanda senza particolari conseguenze sulla salute;9 altri, invece, partendo dalla critica agli assunti del filone di ricerca precedente,10 sono convinti che ticket elevati, pur riducendo la spesa nel breve periodo, finiscono per aumentarla nel medio-lungo termine, dal momento che i pazienti manifestano la tendenza a posporre esami e consumi rispetto a quanto sarebbe opportuno.6

MATERIALI E METODI
Essendo l’obiettivo principale dell’indagine quello di offrire uno strumento di analisi critica dell’attuale sistema di compartecipazione alla spesa farmaceutica esistente in Italia, in una logica comparativa rispetto a quelli esistenti nei principali Paesi dell’Europa Occidentale (Francia, Germania, Olanda, Regno Unito e Spagna), al quadro nazionale che verrà di seguito esposto, seguirà un’analisi europea a più ampio respiro, condotta sulla base di cinque variabili di riferimento, preventivamente selezionate, al fine di circoscrivere l’esteso campo d’indagine a pochi punti essenziali (Tabella 1).
Per il reperimento delle informazioni sono stati consultati e analizzati i dati e le evidenze disponibili fino a Maggio 2012 sui principali siti internet nazionali e internazionali di enti pubblici e privati, associazioni di categoria e società di consulenza, oltre alle principali pubblicazioni esistenti in letteratura sull’argomento.

QUADRO NAZIONALE
Le prestazioni sanitarie comprese nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) sono garantite dal SSN a titolo gratuito o con partecipazione (D. Lgs. 502/1992 e successive modificazioni), grazie a un sistema di finanziamento basato sulla tassazione generale. La riforma del Titolo V della Costituzione (L. Cost. 3/2001), inerente i rapporti tra Stato e autonomie locali, ha attribuito competenze esclusive in materia di organizzazione sanitaria alle regioni, finendo per produrre una sovrapposizione di norme a livelli diversi e l’assenza di una logica centralista anche in materia di copayment.11
Secondo le più recenti stime dell’Agenzia Nazionale per i Servizi sanitari regionali (AgeNaS), l’ammontare complessivo attuale dei ticket riscossi in un anno, si aggirerebbe intorno ai quattro miliardi di euro, corrispondente a circa il 3,5% della spesa sanitaria nazionale.12 Limitatamente all’assistenza farmaceutica, l’ammontare complessivo (derivante sia dalla quota di compartecipazione pagata dal cittadino sui farmaci equivalenti sia dal ticket fisso per ricetta) è stato pari a circa un miliardo di euro nel 2010 (+ 15,7% rispetto all’anno precedente), corrispondente a circa il 7,7% della spesa farmaceutica lorda italiana.13
Le prestazioni soggette a compartecipazione a livello nazionale sono quelle specialistiche (sulle quali dal 2010 è previsto un ticket aggiuntivo di €10 oltre a quello già in vigore), di diagnostica e laboratorio (ticket variabile, con un tetto massimo di €36,15 per ricetta), prestazioni di pronto soccorso in “codice bianco” (ticket di €25) e cure termali (ticket di €50). Per quanto riguarda la farmaceutica, dal Gennaio 2001 la competenza è delle Regioni, le quali, tenuto conto dell’andamento della spesa farmaceutica rispetto al tetto di spesa programmato, hanno la possibilità di introdurli, prevedendo in generale una quota fissa per confezione o per prescrizione (variabile tra €0,50 e 6,00). Attualmente solo cinque regioni su 21 (province autonome incluse) continuano a non applicare alcun ticket, ma il quadro appare comunque assai variegato e disomogeneo.12 Complessivamente, è fatta comunque salva la possibilità da parte delle regioni di sostituire in autonomia i ticket nazionali con misure alternative equivalenti, ai fini di salvaguardare in ogni caso il mantenimento dell’equilibrio economico-finanziario. Non è invece mai stato applicato alcun ticket sulla degenza ospedaliera, anche se in passato un decreto legge, mai convertito successivamente, aveva previsto l’introduzione di una quota giornaliera per le c.d. “spese alberghiere” (D.L. 111/1989).
Il sistema di esenzioni dal pagamento del ticket a livello nazionale prevede essenzialmente due tipologie minime di esonero, parziale o totale a seconda dei singoli casi: 1) stato di salute (malattie croniche e rare appositamente certificate e attività di prevenzione e diagnosi precoce di tumori); 2) condizioni socio-economiche (reddito familiare, invalidi, donne in gravidanza). A livello regionale, per quanto concerne la compartecipazione farmaceutica, le categorie di soggetti esenti, anche se ispirate a quelle precedentemente citate, non sempre coincidono pienamente.
A partire dal 2001 (L. 388/2000 e L. 405/2011) è stato introdotto il sistema del prezzo di riferimento come strumento di regolazione dal lato della rimborsabilità. Esso si applica esclusivamente ai farmaci di fascia A (ossia quelli essenziali e per malattie croniche interamente rimborsabili) non coperti da brevetto, sia branded (ossia le specialità a brevetto scaduto) sia unbranded (ossia i generici/equivalenti), sulla base di una dettagliata definizione di equivalenza chimico-terapeutico-biologica tra farmaci.14 Dal 2002 AIFA pubblica mensilmente la Lista di Trasparenza (LT) dei medicinali inseriti nell‘elenco dei farmaci equivalenti e i relativi Prezzi di Riferimento (PR) aggiornati e comprensivi delle eventuali riduzioni decise a livello politico amministrativo (determinazione AIFA 3 Luglio 2006 e del 27 Settembre 2006, L. 31/2008 e L. 122/2010), che rappresentano quindi i valori massimi di rimborso da parte del SSN per un medicinale contenente un determinato principio attivo, a cui le regioni possono eventualmente derogare in parte attraverso l’utilizzo di risorse proprie.  Si contano attualmente 4.829 farmaci in LT, di cui circa il 43% ha un prezzo superiore rispetto a quello di riferimento (anche fino a + €50).10 Inoltre, a partire dall’Aprile 2011 (in seguito alla Delibera AIFA del 30 Marzo 2011), molte confezioni di riferimento inserite nella LT non presentavano (almeno) un’alternativa a costo zero, cioè allineata al prezzo di riferimento, a tutto discapito del paziente che si è trovato nel 34% dei casi a dover pagare la compartecipazione, indipendentemente dalla scelta effettuata.16

QUADRO EUROPEO
Indipendentemente dalla tipologia di sistema sanitario, in tutti i Paesi europei considerati nella nostra indagine è stato constatato un ricorso, più o meno ampio, a forme di copayment obbligatorio quale strumento di regolazione della spesa farmaceutica. Con riferimento alla tipologia di ticket applicata, quelli proporzionali sono i più diffusi e presenti in Francia (in quote variabili del 35% / 70% / 85%, a seconda del beneficio clinico del farmaco e della gravità della patologia),17 in Germania (10%, da un minimo di 5 a un massimo di 10 euro, tranne quando il prezzo del farmaco è inferiore al PR del 30%)18 e in Spagna (40% su tutti i farmaci, recentemente aumentato fino al 50% per i lavoratori a reddito medio e al 60% per i redditi più elevati).19 I ticket fissi sono applicati in Francia (€0,50 per confezione, fino a un massimo di €50,00 all’anno) e nel Regno Unito (£7,40 per ricetta, con la possibilità da parte del singolo paziente di acquistare un certificato prepagato per un numero illimitato di prescrizioni con validità temporale ridotta, ad esempio una settimana).10 In Spagna, una sola comunità autonoma (Catalunya), fra l’altro tra le più ricche del Paese, ha di recente introdotto un ticket fisso (€1,00 per confezione).20 L’Olanda è l’unico Paese tra quelli considerati che ha optato per l’applicazione di una franchigia omnicomprensiva (€220,00 nell’anno 2012), riferita sia alla spesa farmaceutica sia agli altri servizi sanitari.20 Per quanto riguarda la compartecipazione in caso di ricovero, è previsto un ticket giornaliero a copertura delle c.d. “spese alberghiere” solo in Francia e Germania (rispettivamente di €10 e €18).
Al fine di contenere gli “effetti avversi” della compartecipazione, tutti i Paesi considerati hanno adottato un sistema più o meno esteso di esenzioni e limiti a tutela di determinate categorie sociali, condizioni cliniche o di particolare disagio economico. In Francia sono esonerati dalla compartecipazione bambini, donne in gravidanza, disabili, pensionati e malati cronici la cui patologia rientri in un’apposita lista di 30 malattie.17 In Germania i minori sono dispensati dal ticket, mentre per i pazienti con malattie croniche gravi è previsto un limite massimo di compartecipazione in funzione del loro reddito (1% del reddito lordo annuo).18 In Spagna, sono esenti i pensionati e i loro beneficiari, i malati cronici e i disoccupati; nel Regno Unito malati cronici, bambini, donne in gravidanza, disabili e anziani.19 In Olanda i pazienti con gravi patologie, gli affetti da malattie croniche e i portatori di handicap possono richiedere una franchigia ridotta.23 Le esenzioni in base al reddito risultano applicate solamente in Spagna e Regno Unito.19,20 Tuttavia va tenuto presente che in Francia, in base alla legge sulla copertura sanitaria universale (Couverture Maladie Universelle, CMU), è disponibile un’assicurazione volontaria complementare (a copertura delle spese sanitarie) gratuita per le persone a basso reddito, peraltro molto diffusa anche a pagamento nella popolazione francese, con il risultato di avere un effetto simile all’esenzione sulla base del reddito.24
I ticket opzionali sui farmaci, collegati ai sistemi di PR, sono presenti in quattro dei sei Paesi considerati. Tuttavia, in Francia17 e Italia14 il sistema di PR si riferisce ai singoli principi attivi ed è limitato ai soli farmaci a brevetto scaduto; in Germania25 e Olanda26 comprende invece gruppi di prodotti più ampi giudicati simili in base al principio di equivalenza terapeutica, inclusi anche farmaci sotto brevetto con caratteristiche di scarsa innovatività.
La Tabella 2 riassume i vari ticket, le relative esenzioni e i sistemi di prezzi di riferimento esistenti nei sei Paesi europei inclusi nella nostra indagine.

DISCUSSIONE
L’indagine qui presentata, pur soffrendo di alcuni limiti evidenti, ci ha permesso di avere una visione ad ampio raggio sulla compartecipazione farmaceutica a livello europeo, utile punto di partenza per l’interpretazione e la comprensione ragionata del fenomeno. Va tenuto presente che, nel corso della raccolta delle informazioni (prevalentemente in lingua inglese), possono essere stati omessi alcuni documenti di dettaglio in lingua originale. Inoltre, data la ormai perdurante crisi economica, molti dei Paesi considerati hanno manifestato in maniera più o meno esplicita la volontà di modificare il proprio sistema di compartecipazione, che potrebbe quindi di qui a poco cambiare nei contenuti, come del resto è di recente accaduto in Spagna.19
Dall’analisi del quadro a nostra disposizione è emerso che tutti i Paesi considerati adottano in modo più o meno ampio forme di compartecipazione, senza peraltro aver riscontrato alcuna relazione tra tipologia di sistema sanitario (sia esso basato sulla tassazione generale in stile “Beveridgiano” o fondato su forme assicurative obbligatorie sul modello “Bismarckiano”) e le modalità e la misura in cui i ticket sono applicati e utilizzati. La Francia parrebbe la nazione in cui la compartecipazione è più diffusa; non appare quindi casuale che la stragrande maggioranza della popolazione sottoscriva un’assicurazione volontaria complementare, la quale rischia però in pratica di annullare il potenziale effetto “dissuasivo” della compartecipazione sui consumi superflui, trasformandosi di fatto in una “tassa” con  un semplice effetto traslativo dei costi dal pubblico al paziente. Allo stesso tempo, è evidente che tutti i Paesi, allo scopo di limitare situazioni di particolare disagio e potenziali effetti negativi e di iniquità del copayment, hanno introdotto una vasta gamma di esenzioni. Tuttavia, permangono in ogni caso evidenti meccanismi distorti alla base: si pensi ai connotati discriminatori verso quei pazienti che, essendo appena oltre la soglia di esenzione, possono avere difficoltà a pagare il ticket, o quelli la cui malattia è esclusa dall’elenco delle patologie esenti. Di conseguenza, una “tassa sulla salute” riscossa su tutta la popolazione, differenziata per reddito, sembrerebbe ancora il modo più “equo” per raccogliere fondi qualora necessario. Inoltre, fermo restando che la solidarietà debba essere comunque il “driver” principale di un sistema di assistenza sanitaria pubblica e universale, potrebbe valere la pena di esplorare la possibilità di applicazione di “oneri aggiuntivi” nei confronti di pazienti che adottino uno stile di vita palesemente dannoso per la salute (ad esempio, fumatori e soggetti obesi). Nonostante ciò, i politici si guardano bene dall’introdurre tali misure, probabilmente perché assai più impopolari di piccoli ticket obbligatori, che finiscono però per avere un effetto regressivo il più delle volte e colpire il singolo cittadino nel momento del maggiore bisogno. Da questo punto di vista, se la compartecipazione non può essere evitata, forme di compartecipazione fisse (incluse anche le franchigie e i ticket per le “spese alberghiere” per giornata di degenza) sembrerebbero preferibili a quelli proporzionali, in quanto più facili da prevedere nell’importo, e senza che quest’ultimo sia influenzato dal prezzo negoziato dalle autorità sanitarie con i produttori o eventualmente dalle mutevoli decisioni tariffarie amministrative.
In generale, l’effetto finanziario complessivo di un sistema di compartecipazione è incerto e varia a seconda delle gestioni locali (si pensi, ad esempio, all’incidenza dei costi amministrativi per la raccolta dei ticket), dell’impatto sui modelli di consumo e della capacità di contrastare le possibili frodi. L’applicazione di copayment opzionali, potenzialmente molto interessante ai fini del contenimento dei costi in quanto meno soggetta a influenze politiche di breve termine, rimane un campo ancora relativamente poco esplorato se si escludono le robuste esperienze di Germania e Olanda. Dirigere le scelte dei pazienti verso un maggiore utilizzo di farmaci più costo-efficaci e terapeuticamente equivalenti, senza che vi siano necessariamente ricadute sullo stato di salute dei pazienti o si sollevino intricate questioni di equità, potrebbe essere un nuovo “sentiero di policy” per quei Paesi, come Francia e Italia, che hanno adottato un sistema di PR assai ristretto, limitato a un singolo principio attivo e includente i soli farmaci off-patent, ma anche per Paesi (come il Regno Unito) che non hanno ancora adottato un vero e proprio sistema di PR. Estremamente significative su opposti versanti sono, a questo proposito, l’esperienza negativa italiana nel settore degli equivalenti27 e quella positiva in Olanda e Germania degli ampi gruppi di riferimento fondati sul principio dell’equivalenza terapeutica e comprendenti i farmaci fuori e sotto brevetto, dimostratisi in grado di contenere in modo più efficace i prezzi dei farmaci “me too” e allo stesso tempo di consentire lo sviluppo di un solido mercato degli equivalenti.25,26 In questi due Paesi, infatti, i ticket opzionali basati sul PR hanno giocato un ruolo cruciale nella spinta al ribasso dei prezzi nei confronti dell’industria farmaceutica, grazie alla riluttanza dei pazienti a coprirne la differenza col PR, spingendo in definitiva le stesse aziende farmaceutiche a modificare il proprio atteggiamento per non perdere quote di mercato, come ha dimostrato il recente caso, balzato agli onori delle cronache specializzate, dell’atorvastatina in Germania, quando il produttore, rifiutandosi di ribassarne il prezzo, ha perduto quasi tutta la propria quota di mercato, nonostante l’aggressiva e massiccia campagna a mezzo stampa che paventava conseguenze nefaste sulla salute dei pazienti nel caso di ricorso ad altri farmaci ipocolesterolemizzanti giudicati terapeuticamente equivalenti.28

 

CONCLUSIONI
In nome della sostenibilità, pare che al giorno d’oggi un sistema sanitario non possa prescindere dall’applicazione più o meno ampia di meccanismi di compartecipazione alla spesa, al di là della sua effettiva efficacia in termini di maggiore appropriatezza. A conti fatti però, il ticket sanitario si sta trasformando da strumento di responsabilizzazione dei cittadini, cioè mirato soprattutto a disincentivare il consumo eccessivo e inefficiente di farmaci e prestazioni mediche, a voce sempre più significativa di finanziamento della sanità, di cui ogni amministrazione, a prescindere dai periodi di forte crisi congiunturale come quello attuale, difficilmente può e potrà fare a meno in futuro, trattandosi comunque di scelte dalla non agevole reversibilità. È evidente infatti che un’amministrazione, una volta introdotto un ticket, difficilmente torna sui suoi passi, cancellandolo. La recente sentenza della Corte Costituzionale che, per motivi di competenza normativa, ha momentaneamente bloccato l’applicazione a decorrere dal 2014 delle nuove misure di compartecipazione alla spesa sanitaria fissate dalla L.111/2011 recante “disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”, non altera nei fatti la tendenza in aumento già in atto da circa un decennio.29 In attesa dell’evoluzione prossima del dispositivo in questione e tenendo conto dell’autorevole parere della stessa Corte dei Conti, che non ha esitato a denunciare l’insostenibilità di un aumento all’infinito del ricorso al copayment quale meccanismo di razionalizzazione della spesa, è quanto mai opportuna una riflessione politica in grado di rendere più efficiente e più virtuoso tale strumento. Incoraggiando ad esempio un più ampio utilizzo dei copayment opzionali rispetto a quelli obbligatori, attraverso il meccanismo dei PR basati sull’equivalenza terapeutica, visto che, in prospettiva di un potenziale scenario peggiore di quello attuale, molti individui non potranno nemmeno permettersi il livello di ticket esistente, al punto tale che sarebbe più adeguato reinterpretare la situazione in termini di “bisogni”, più che di “consumo” e “sovra-consumo”.9

 


 

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