Valutazione: 0/5 (0 Voti)

scarica pdf pdf_button

 


di Livio Garattini

 

Al rientro dalle vacanze uno dei primi e più importanti provvedimenti emanati dall’attuale “Governo dei Professori” riguarda la sanità ed è già stato “ribattezzato”, in ossequio all’ispiratore nonché attuale Ministro della Salute, “Decretone Balduzzi”. Come oramai consuetudine nel nostro Paese, e non fanno eccezione questi tempi di crisi, fin dalle prime bozze il provvedimento ha suscitato un “vespaio” di critiche contrastanti a livello di partiti e sindacati (anche di categoria). “Nulla di nuovo sotto il sole”, mi verrebbe voglia di dire, ragione per cui ho atteso di leggere il testo definitivo per cercare di effettuare un tentativo di analisi critica a livello tecnico, a prescindere appunto dalle “reazioni di parte” del tutto scontate.
Scorrendo il voluminoso documento, la mia prima constatazione è quella di “riassaporare amaramente” il nostro tipico modo di legiferare “italico” (o, più finemente, ispirato al “diritto romano”), in quanto ci si trova costretti a leggere misure riferite a materie tanto svariate quanto eterogenee, in un linguaggio “leguleio” assai ostico: dai provvedimenti urgenti su pesce e cefalopodi freschi (articolo 8, comma 4), a note specifiche su prescrizioni medicinali (articolo 12) (n.d.r. quelle sulle farmacie sono sparite nella versione finale), a disposizioni in materia di farmaci omeopatici (articolo 13, perché poi chiamarli farmaci?), insieme a quelli attinenti le materie che sono apparse le più interessanti anche ai media e su cui ho quindi deciso di concentrare il mio commento: a) assistenza territoriale da garantire continuativamente nell’arco della giornata (Capo I, articolo 1); b) esercizio dell’attività libero-professionale intramuraria (Capo I, articolo 2); c) promozione di stili di vita corretti (Capo II, articolo 7).
Passando all’analisi, la prima misura mi trova del tutto favorevole in linea di principio, essendo anche come cittadino pienamente consapevole di quanto manchi nella stragrande maggioranza delle regioni (quella in cui abito non fa eccezione) un “filtro” credibile agli spesso sovraffollati servizi ospedalieri di pronto soccorso. Fortunato assai chi di noi non ha mai sperimentato lunghe e inutili attese (col “codice bianco/verde”), spesso protratte per ore e ore da soggetti che hanno (giustamente) priorità per la gravità dell’intervento richiesto. Traendo ancora spunto dall’Inghilterra come termine di confronto, là è da decenni che il problema è stato sostanzialmente risolto incentivando la cosiddetta “medicina di gruppo”, cioè incoraggiando a lavorare insieme e negli stessi locali i General Practitioners (GPs), in tutto equiparabili ai nostri Medici Generalisti (MG), i quali, supportati anche finanziariamente dal National Health Service (NHS), si organizzano insieme, con tanto di personale infermieristico e amministrativo, per creare dei veri e propri studi professionali in grado di rispondere ai bisogni ambulatoriali dei pazienti, vaccinazioni di massa incluse, senza dovere ricorrere necessariamente ai servizi ospedalieri. Da noi, invece, in ossequio alla nostra logica “atomistica”, i servizi territoriali sono tutti parcellizzati (servizio di igiene, guardia medica, specialisti ambulatoriali, consultori materno-infantili ecc.); in particolare, i MG sono a tutt’oggi nella maggioranza dei casi dei free lance che decidono autonomamente quando tener aperto il proprio gabinetto medico. Da un nostro studio effettuato dieci anni fa su un campione di 46 MG, finalizzato a stimare il costo medio di una visita, emerse dalle risposte dei partecipanti un tempo medio di lavoro quotidiano pari a 4,2 ore,1 dato “autocertificato” che temo non sia cambiato di molto negli anni più recenti. Peraltro, se alla decisione presa va tutto il mio entusiastico assenso, rimane il problema del “come” e qui, francamente, è “nebbia in Val Padana”. Mi dispiace dovere ricorrere ancora al sarcasmo, ma sfido chiunque legga l’articolo 1 e sia dotato di normale “capacità di intendere” (categoria a cui ho ancora la presunzione di appartenere) a comprenderne il significato. Trattasi di una vera e propria “insalata di parole”, da cui si possono trarre tutt’al più alcune “parole chiave”, ma non certamente un disegno di riforma organico da sottoporre al vaglio delle Regioni, già di per sé pronte in molti casi a contestare aprioristicamente qualsiasi decisione presa a livello centrale. A scanso di equivoci, non condivido nemmeno la critica più diffusa a livello sindacale che il Ministro voglia fare “le nozze coi fichi secchi”, essendo tuttora pienamente convinto che ci sia abbondanza di risorse umane sottoutilizzate all’interno del SSN, più o meno “infrattate” nei vari servizi territoriali, che potrebbero essere  tranquillamente “riconvertite” (e magari pure “rimotivate”) nei nuovi servizi territoriali. Peraltro, tornando al punto, il problema fondamentale è che non si riesce proprio con tutta la buona volontà a individuare un disegno organico nella proposta, al di là degli intenti.
Venendo alla seconda disposizione, meno “rivoluzionaria” per il SSN solamente perché su una materia già affrontata anni fa dall’allora Ministro Bindi con alterne fortune politiche, anche per questo motivo la questione è già stata a mio avviso abbondantemente chiarita in passato, a dispetto delle prevedibili resistenze delle associazioni mediche ospedaliere. Infatti, pare evidente che dei dipendenti del SSN stipendiati per prestare il proprio servizio clinico ai pazienti in ospedali pubblici non dovrebbero avere al contempo la possibilità di visitare gli stessi soggetti a pagamento in privato. Ricorrendo a una “metafora aziendalistica”, sarebbe un po’ come se una grande azienda di servizi permettesse ai propri dirigenti di “trasformarsi” in consulenti dei propri clienti a fine orario di lavoro. Questo tipo di prestazione, a mio avviso comunque discutibile, va necessariamente regolamentato all’interno dell’azienda ospedaliera stessa, con una percentuale a favore del “datore di lavoro” (cioè il SSN) e, ovviamente, con regolare ricevuta (e non “in nero” come da consuetudine). Questioni così ovvie e banali che provo quasi un po’ di vergogna nello scriverle, ma a quanto pare ce n’è ancora bisogno, visto che è stato necessario riscriverle nel decreto, in modo anche in questo caso invero assai poco comprensibile (per non dire cervellotico).
La terza misura, infine, mi stimola una riflessione più “filosofica” sulle possibili relazioni fra salute e tassazione. Pur continuando il sottoscritto a reputare la salute un bene indiscutibilmente primario, da tutelare a prescindere dal censo, è oramai certo che esistono evidenze scientifiche comprovate sul ruolo giocato da “stili di vita” sbagliati nel mettere a repentaglio la salute stessa, aumentando di conseguenza le spese in assistenza sanitaria. Ad esempio, l’epidemiologia ha oramai incontrovertibilmente dimostrato che il fumo è nocivo per la salute, rendendo i “fumatori” una categoria molto più a rischio dei “non fumatori” e, in prospettiva, molto più bisognosa di cure sanitarie; un ragionamento analogo pare oramai estendibile al fenomeno storicamente più recente (perché legato al benessere) dell’obesità e, anche in base al buon senso, a quello in netta espansione (grazie alle tecnologie moderne) della ludopatia (in quest’ultimo caso si aggiungono ai danni alla salute pure quelli al reddito familiare). In termini economici, se ne può trarre la conseguenza che una “tassa sulla salute” riferita agli “stili di vita” può trovare una giustificazione etica (e non solamente finanziaria riconducibile alla crisi economica in atto),2 riscontrando un chiaro “rapporto sinallagmatico” (mi si perdoni la metafora giuridica) fra i due elementi; va da sé che multe “salate” agli esercenti/fornitori che “speculano su questi beni dannosi”, fra i quali non è possibile non citare con imbarazzo l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS), sono ancora più giustificate. Il legame fra sigarette e malattie legate al fumo è oramai indiscutibile, tanto quanto appare tautologico quello fra giochi d’azzardo e ludopatia, mentre i “fattori di rischio” dell’obesità dovrebbero essere decisamente più numerosi; quindi, non riesco in questo caso a resistere alla tentazione, da accanito “bevitore di bollicine” quale sono (con un indice di massa corporea ancora accettabile), di sottolineare come le bevande gassate (principali “indiziate” per la tassazione nella prima stesura del decreto) mi siano apparse fin da subito un “capro espiatorio”, sebbene siano poi scomparse nella versione finale. Volendo esprimere anche un commento generale meno “frizzante”, mi chiedo pure se su un argomento del genere non prevalga l’aspetto finanziario rispetto a quello sanitario, motivo per cui l’avrei reputato più un provvedimento di competenza del (o quantomeno da prendere di concerto con) il Ministero della Finanze, ma forse anche perché sono pur sempre un laureato in economia “ostaggio da una vita” della salute.
Concludendo questo editoriale dal “sapore autobiografico”, mi viene spontaneo sollevare un ultimo quesito di fondo dopo la lettura dei provvedimenti analizzati. Trattandosi di temi molto importanti, alcuni decisamente innovativi anche nella sostanza, è mai possibile che in Italia non si riescano a produrre dei documenti tecnici e sintetici che supportino singolarmente decisioni politiche importanti come queste? Visto che, anche storicamente, il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN, bene ricordarlo visto che ancora oggi viene spesso citato da tanti “esperti” come Sistema per la prima S) trae le sue origini dal National Health Service (NHS) inglese, il riferimento concreto sarebbe quello degli white papers emanati a supporto di qualsiasi riforma importante, condivisibile o meno che sia, proposta dai nuovi Governi che si succedono in Gran Bretagna. Peraltro, la risposta, frutto di “frustrazione senile” oramai consolidata, temo di potermela dare da solo: qui da noi si passerebbe tutto il tempo a discutere delle nomine dei (minimo dieci) “supposti esperti” chiamati a scriverlo, senza mai arrivare all’”oggetto del contendere” o, nella migliore delle ipotesi, “partorendo” un rapporto tanto voluminoso quanto contraddittorio nei contenuti perché frutto di “mille compromessi”. Ma, siccome il mio “maestro di vita” (parente stretto) mi ha insegnato che anche i pezzi più critici vanno chiusi con un “messaggio di speranza”, non posso che terminare il pezzo auspicando che i regolamenti attuativi aiuteranno a fare chiarezza su tutte le misure discusse, a cui aggiungo un molto più sentito e personalissimo augurio, sempre dettato dall’età: largo ai giovani per una riforma radicale del modo di agire in questo Paese!

 


 

Bibliografia

  1. Livio Garattini, Emanuela Castelnuovo, Davide Lanzeni, Cecilia Viscarra. Durata e costo delle visite in medicina generale: il progetto DYSCO. Farmeconomia e Percorsi terapeutici 2003; 4(2): 109-114.
  2. Livio Garattini, Katelijne van de Vooren. Could co-payments on drugs help to make EU health care systems less open to political influence? European Journal of Health Economics 2012; (in stampa).

Copyright © 2016 - Gruppo Poliartes srl

Su questo sito usiamo i cookies. Per approfondire leggi l'Informativa sui cookies, per accettare clicca su OK.