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Nicola C. Salerno1

Parole chiave:

FARMACIE,

ANTITRUST,

COMMISSIONE EUROPEA,

CORTE COSTITUZIONALE,

CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA

 

 

Abstract

Nel dibattito che accompagna i tentativi di riforma degli esercizi farmaceutici e della distribuzione del farmaco si è aggiunto, negli ultimi tempi, un argomento nuovo. Un presunto contrasto tra le indicazioni dell’Antitrust e della Commissione Europea da un lato e le sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia Europea dall’altro. Antitrust e Commissione, nei rispettivi ruoli e con gli strumenti propri a ciascuno, chiedono il superamento degli aspetti anti-concorrenziali e di chiusura corporativistica che caratterizzano il settore. Dalle due Corti sono sopraggiunte sentenze che, a prima vista e soprattutto a un occhio inesperto, potrebbero sembrare sconfessare rispettivamente l’Antitrust e la Commissione.
Poiché questo argomento ricorre sempre più spesso, potendo confondere il confronto tra le parti e così ostacolare la finalizzazione delle riforme, si riporta, di seguito, una lettura ragionata delle posizioni espresse dalle quattro Istituzioni, che tiene conto della loro sfera di competenze e delle loro attribuzioni. Sarà alla fine evidente che il loro disallineamento è solo apparente.

 


 

1 Dirigente di ricerca in CeRM – Competitività, Regolazione, Mercati (www.cermlab.it).

 


 

 

Agcm e Corte Costituzionale

Nella sua ormai quasi ventennale attività di analisi e segnalazione riguardo la distribuzione dei farmaci, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) ha ripetutamente sollecitato Parlamento e Governo ad affrontare i nodi strutturali di origine corporativistica e di ostacolo alla concorrenza. L’Agcm ha periodicamente richiesto: la rimozione della pianta organica con copertura delle zone che restano scoperte a cura del Comune; il superamento della sovrapposizione proprietà-gestione e del divieto che la proprietà possa essere di società di capitali; l’introduzione di un nuovo criterio di remunerazione per la distribuzione dei farmaci in fascia “A”, senza la proporzionalità al prezzo al consumo; la trasformazione di tutti gli obblighi in termini di ore, giorni e periodi di apertura da tetti massimi a standard minimi di servizio pubblico; l’eliminazione del vincolo di prezzo unico nazionale per i farmaci rimborsati; e via discorrendo...
Alla base di queste richieste, sembrano opportune alcune valutazioni di carattere economico. Innanzitutto, i vincoli posti dal Legislatore sono sovradimensionati rispetto all’obiettivo di perseguire la salute pubblica. Infatti, è nell’interesse del SSN e dei cittadini un ampliamento dell’offerta, con conseguente aumento di efficienza della distribuzione e maggior concorrenza “a monte” tra i produttori: il SSN potrebbe, con le risorse a disposizione, perseguire più concretamente, bilanciandoli, gli obiettivi di tenere sotto controllo la spesa e di ammettere a rimborso i prodotti in-patent con prezzi all’altezza della loro innovatività e del sottostante impegno in ReS. I cittadini, a loro volta, avrebbero sempre a disposizione una più ampia varietà di farmaci, sia in fascia “A” (i rimborsabili) che in fascia “C-Op” (i non rimborsabili con obbligo di prescrizione), per ottimizzare il loro impiego a seconda delle esigenze terapeutiche.
Se l’Antitrust non ha mai nutrito dubbi sull’agenda settoriale da indicare al Parlamento e al Governo, da qualche tempo a questa parte, ovvero da quando il dibattito si è intensificato, tra le varie tesi è comparsa anche quella di un presunto contrasto tra gli intenti dell’Agcm e le sentenze della Corte Costituzionale. Invero, in più occasioni la Corte si è espressa su questioni inerenti la distribuzione al dettaglio dei farmaci e, dalla lettura delle motivazioni e del dispositivo delle sentenze, si vorrebbero ricavare conferme dell’efficacia dell’attuale struttura di settore.
Su questo punto e sui rapporti tra Agcm e Corte Costituzionale, è importante maturare un punto di vista approfondito che tenga conto delle rispettive competenze e dei ruoli; in caso contrario, si rischierebbe, infatti, di rimanere confusi da un’apparente contrapposizione tra due alte Istituzioni che avrebbe del paradossale, dal momento che l’Agcm è nata per dare attuazione a principi economici affermati nella Costituzione (libertà di impresa, diritto al lavoro, uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, etc.), mentre la Corte Costituzionale è un Organo costituzionale di garanzia della legittimità costituzionale che, come tale, non può esprimersi nel merito delle scelte di politica economica di Parlamento e Governo.
Il contrasto con l’Agcm è solo apparente. In altri termini, la Corte adotta un punto di vista giuridico, verificando la coerenza interna della normativa, e  per giunta non complessivo (visione settoriale e connessioni intersettoriali), ma focalizzato sulla fattispecie in cui è richiesto il suo intervento; l’Antitrust pone invece la normativa al vaglio dell’analisi economica, in una prospettiva di potenziale riscrittura e ristrutturazione.
In altri termini, la Corte prende in esame il corpus normativo esistente per giudicare su eventuali aporie e inconsistenze interne che minino l’unitarietà con cui il complesso delle leggi deve tendere a rispettare i principi fondanti della Costituzione. L’Agcm si esprime sulla migliorabilità delle norme attraverso processi di riforma pro-concorrenziali, per adeguarle ai tempi, alle nuove capacità organizzative e imprenditoriali, ai nuovi strumenti di governance, etc..
Non deve sembrare una diminutio della Corte affermare che, per forza di cose, il suo giudizio si veste di una maggior prevalenza formale, mentre quello dell’Agcm può puntare direttamente ai fondamenti economici.
Per esempio, si prendano la Sentenza n. 446/1988, la Sentenza n. 27/2003, e la Sentenza n. 275/2003, le tre maggiormente invocate nel dibattito attuale.
Nella Sentenza n. 446/1988, la Corte Costituzionale si esprime sugli obblighi di chiusura estiva e infrasettimanale e sulla fissazione degli orari giornalieri, sui quali hanno competenza le Regioni. Qui la stessa Corte, a latere della disposizione che rigetta il ricorso contro gli obblighi di chiusura, inserisce una precisazione che fa assumere alla stessa sentenza una luce completamente diversa:
“[Si rammenta] che il potere [di questa Corte] di giudicare in merito all’utilità sociale alla quale la Costituzione condiziona la possibilità di incidere sui diritti dell’iniziativa economica privata concerne solo la rilevabilità di un intento legislativo di perseguire quel fine e la generica idoneità dei mezzi predisposti per raggiungerlo”.
In altri termini, la Corte sostiene che nel corpo normativo regionale si riscontra (nella formulazione degli articoli, nelle premesse, nei rimandi ai principi costituzionali, etc.) la volontà di volgere quelle limitazioni delle libertà di intrapresa verso finalità socialmente meritorie (organizzazione della rete di welfare locale, mantenimento delle qualità psicofisiche dei lavoratori, etc.). La stessa Corte ne prende atto, riconoscendo possa  esistere un generico legame tra le limitazioni e le finalità sociali. Tuttavia, il punto da approfondire è proprio questo: non fermarsi alla dichiarazione formale delle finalità, ma entrare nel merito dei legami di azione-effetto che ci sono tra la misura di policy e l’auspicata utilità sociale. Solo che la Corte non può assolvere questa funzione, in quanto  non può impegnarsi nella valutazione di merito sulla proporzionalità tra l’azione e l’effetto né, tantomeno, sull’esistenza di altre eventuali misure in grado di perseguire le stesse finalità secondo modalità e con esiti migliori.
La Sentenza n. 27/2003 offre un esempio ancora più chiaro. La Corte è di nuovo chiamata a esprimersi sui vincoli ai periodi di apertura degli esercizi (orari, ferie estive, giorni di lavoro nella settimana). In questo caso non si dubita che la scelta del Legislatore (nazionale e regionale) sia volta a perseguire la salute pubblica e che i limiti alla concorrenza tra esercizi farmaceutici abbiano natura strumentale alla salute pubblica. La Corte “giustifica“ i vincoli sui periodi di apertura rimandando alla stessa ratio alla base del contingentamento numerico delle farmacie (la pianta organica), aspetto non coinvolto (in questo specifico caso) dal ricorso alla stessa Corte. Assunto (nel “Ritenuto in fatto” e nel “Considerato in diritto” della sentenza) che il contingentamento numerico mira a una migliore realizzazione del servizio pubblico la Corte conclude che i vincoli agli orari possono esser visti come un completamento dello stesso contingentamento, condividendone la finalità. Non è un giudizio di adeguatezza e proporzionalità dello strumento, ma un giudizio di coerenza interna del corpus normativo in vigore.
È evidente che, se la ratio viene costruita in questa maniera, i singoli aspetti del corpus normativo in vigore si sostengono a vicenda, senza passare per un’analisi di congruità e di adeguatezza. Da questo punto di vista, di particolare interesse è quanto la Corte afferma poco prima del dispositivo, quando riconosce che:
“[…] Le mutate condizioni di fatto e di diritto consentirebbero un cambiamento dei convincimenti [circa i vincoli di apertura], [… sennonché] appare evidente che una simile operazione di rimodulazione del dettato legislativo fuoriesce dai compiti della Corte, la quale deve limitarsi a uno scrutinio di legittimità costituzionale delle norme […]”.
Infine, con la Sentenza n. 275/2003, la Corte si è attivata in merito alla diversa applicazione dell’incompatibilità tra attività all’ingrosso e al dettaglio per le farmacie private (su cui illo tempore sussisteva) e pubbliche (per le quali illo tempore non era prevista). L’articolo 8, comma 1, lettera a), della Legge n. 362/1991 doveva prevedere, secondo la Corte, che la partecipazione a società di gestione di farmacie comunali fosse incompatibile con qualsiasi altra attività nel settore della produzione, distribuzione, intermediazione e informazione scientifica del farmaco. La incompatibilità erga omnes tra vendita all’ingrosso e vendita al dettaglio è stata infatti subito dopo introdotta dal D. Lgs. n. 219/2006, poi a sua volta modificato dalla Legge n. 248/2006 (riforma “Bersani-1”), che ha permesso al farmacista titolare di impegnarsi anche in attività di distribuzione all’ingrosso dei farmaci. Con la Sentenza n. 275/2003 la Corte non entra in nessun modo nel merito della ratio dell’incompatibilità e della sua proporzionalità con gli scopi dichiarati dal Legislatore. Riconosciuto che l’incompatibilità è (era) attestata per le farmacie private, la Corte si limita a chiedere la rimozione della disparità di trattamento, con estensione del vincolo anche alle farmacie comunali. L’azione della Corte è tesa a rimuovere una disparità di trattamento tra cittadini e tra professionisti/lavoratori, con la richiesta che appariva più rispettosa delle intenzioni del Legislatore: se quella incompatibilità è (era) stata disposta in previsione di uno scopo meritorio, allora è (era) corretto che riguardasse tutte le farmacie, private e pubbliche senza alcun distinguo.
Riassumendo, dalle sentenze della Corte Costituzionale non è possibile far discendere elementi con cui confutare le tesi sostenute dall’Antitrust. L’apparente contrasto che è emerso con riguardo al settore della distribuzione al dettaglio dei farmaci suggerisce, piuttosto, la necessità di una maggior collaborazione istituzionale. Per il futuro, l’auspicio è quello di una convergenza e di un raccordo tra le due Istituzioni, prevedendo che l’Antitrust possa sia attivare la Corte Costituzionale su tematiche inerenti la concorrenza e il mercato, sia comparire tra le parti audite dalla Corte su queste stesse tematiche.


Commissione Ue e Corte di Giustizia Europea

Le considerazioni appena espresse sul rapporto tra Agcm e Corte Costituzionale servono anche per comprendere quanto sta accadendo a livello europeo, dove Commissione UE e Corte di Giustizia appaiono, a prima vista, anch’esse disallineate nelle valutazioni sulla struttura e sulla regolazione del settore.
Preliminarmente, occorre sottolineare che struttura e regolazione del settore presentano caratteristiche fondamentali simili in molti Paesi europei, soprattutto in quelli mediterranei e di diritto romano, quali Francia, Italia, Portogallo, Spagna, ma non solo questi se si considerano i casi del Belgio e della Germania. Questa condizione implica che dal confronto internazionale degli status quo possono giungere ben poche indicazioni dirimenti per l’agenda delle riforme, se non a patto di ampliare i casi Paese posti a confronto e di concentrarsi sugli aspetti migliori rinvenibili nelle situazioni specifiche.
Se si analizzano gli interventi della Commissione Europea nell’arco degli ultimi cinque-sei anni, emerge una chiara condivisione di visione e di ragioni con l’Antitrust italiano. I principi dell’Unione Europea di libera circolazione di persone, professionisti e capitali e di libertà di insediamento delle attività economiche e imprenditoriali (articoli 43-56 del Trattato delle CE) spingono la Commissione a sollecitare i Partner a superare la pianta organica, la sovrapposizione proprietà/gestione, il divieto che la proprietà sia di società di capitali, il divieto di formazione di catene, i vincoli di coordinamento dei periodi di apertura, etc..
Per portare alcuni esempi, con l’IP/05/1665 (Infraction Procedure) del 21 Dicembre 2005 la Commissione ha ufficialmente chiesto all’Italia di rimuovere i vincoli sulla proprietà delle farmacie, giudicata ben oltre quanto necessario per perseguire l’obiettivo della salute pubblica. Si legge:
“La Commissione crede che la restrizione vada al di là di quanto necessario per perseguire l’obiettivo della salute pubblica. Il problema del conflitto di interessi può, infatti, essere evitato con misure diverse dal divieto assoluto per le imprese impegnate nella distribuzione all’ingrosso di investire anche nella distribuzione al dettaglio. Come già osservato a proposito del divieto di detenere la proprietà di farmacie per soggetti non farmacisti abilitati e per persone giuridiche diverse da società di persone composte da soli farmacisti abilitati, l’obiettivo della salute pubblica rimarrebbe ugualmente garantito fissando il requisito che solo il farmacista abilitato può dispensare il farmaco al paziente-cliente e deve essere necessariamente presente in farmacia […]”.
Con l’IP/06/858 del 28 Giugno 2006, la Commissione ha deciso di chiedere alla Spagna di addurre giustificazioni per la pianta organica e i vincoli di accesso alla proprietà, aspetti simili a quelli italiani e valutati eccessivi e controproducenti. Si legge:
“La scelta di limitare il numero di farmacie appare sproporzionato e addirittura controproducente rispetto all’obiettivo di assicurare un buon rifornimento di medicinali sul territorio […]”. E ancora: “[I vincoli di accesso alla proprietà] sono restrizioni esagerate rispetto al requisito legittimo e necessario che i rapporti tra la farmacia e i pazienti-clienti si svolgano alla presenza e sotto la responsabilità di farmacisti abilitati. [Questi vincoli alla proprietà] non sono in alcun modo necessari a perseguire l’obiettivo della salute pubblica”.
Nello stesso documento richieste speculari sono state rivolte all’Austria. E sempre nello stesso documento è stato inserito il deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia Europea come proseguimento dell’iter avviato con l’IP/05/1665 (vedi sopra).
Con l’IP/08/1352 del 18 Settembre 2008, la Commissione ha formalmente richiesto alla Germania e al Portogallo di riformare la regolazione di settore. Per la prima in particolare, la richiesta ha riguardato l’eliminazione dei vincoli di accesso alla proprietà e di creazione di catene  (“[anche queste limitazioni] non trovano giustificazione alcune nell’obiettivo di perseguire la protezione della salute”). Per il secondo, la richiesta ha riguardato il divieto per i grossisti di assumere la proprietà di farmacie, oltre ai vincoli alla creazione di catene di esercizi (“[…] sono vincoli sproporzionati rispetto al fine di garantire la pubblica salute e, per questo motivo, non compatibili con il principio comunitario della libertà di stabilimento di lavoratori, professionisti e attività imprenditoriali”).
Infine, con l’IP/08/1785 del 27 Novembre 2008, la Commissione si è nuovamente rivolta all’Italia, chiedendo di eliminare il vincolo di possedere più di un esercizio per farmacista, e quello di possedere più di quattro esercizi per le società di farmacisti, per giunta necessariamente ubicati all’interno della stessa Provincia: “[…] I vincoli vanno al di là di quanto obiettivamente necessario per perseguire quell’obiettivo di salute pubblica invocato dalle Autorità italiane”.
Se le posizioni della Commissione sono chiare e inequivocabili, da quando alcuni dei procedimenti avviati dalla Commissione sono approdati al vaglio finale della Corte di Giustizia, sono emerse delle divergenze apparenti tra le valutazioni delle due Istituzioni. Tuttavia, a una lettura attenta delle sentenze della Corte, si comprende come si stia ripresentando a livello europeo quel diverso “punto di vista” rilevabile in Italia tra l’Agcm e la Corte Costituzionale.
La Corte di Giustizia non può sostituirsi ai policy maker nazionali; né riconsiderare il corpus normativo e regolamentare esistente in una prospettiva di riorganizzazione, ristrutturazione e ammodernamento. Compito della Corte è accertare che non esistano punti di contrasto tra le legislazioni nazionali e il Trattato CE. Nell’assolverlo, la Corte non può entrare nel merito specifico della scelta degli strumenti per perseguire le varie finalità a livello Paese. La salute pubblica e la libertà di impresa sono entrambi presenti nel Trattato CE, come lo sono nella Costituzione Italiana, e se un Legislatore nazionale afferma di aver posto dei vincoli alla concorrenza perché nella sua valutazione questi sono importanti per perseguire l’obiettivo di salute pubblica, la Corte di Giustizia non può sindacare sul “quantum”, ma si limita a vagliare la coerenza interna della legislazione nazionale, che abbia agito senza ignorare le due finalità e compiendo scelte precise sulla loro realizzazione coordinata.
Alcuni esempi confermano questa lettura. Con la Sentenza delle Grande Sezione del 1 Giugno 2010 (procedimenti riuniti C-570/07 e C-571/07), la Corte, esprimendosi sulla pianta organica nella Provincia spagnola delle Asturie, arriva sì a valutarla non in contrasto con il Trattato CE, ma sottolinea come questa stessa valutazione valga solo in linea di principio, nella misura in cui la pianta organica è strumentale al perseguimento della salute pubblica. Si legge:
“Nel valutare il rispetto dell’obbligo [di non introdurre ingiustificate restrizioni alla concorrenza e alla libertà di intrapresa], è necessario tenere conto del fatto che la salute e la vita delle persone occupano una posizione preminente tra i beni e gli interessi protetti dal Trattato, e che spetta agli Stati Membri stabilire il livello al quale intendono garantire la tutela della sanità pubblica e il modo in cui tale livello deve essere raggiunto. Poiché detto livello può variare da uno Stato all’altro, si deve riconoscere agli Stati Membri un margine discrezionale”.
È significativo che l’Avvocato Generale, nel presentare la causa alla Grande Sezione che doveva poi decidere, così concludesse la sua audizione:
“[…] Spetta al Giudice nazionale determinare se la distanza specifica imposta [tra farmacie] sia giustificata, tenendo conto del livello di interferenza con il diritto di stabilimento, della natura dell’interesse pubblico, nonché del livello di copertura universale che potrebbe essere raggiunto con sistemi meno restrittivi”.
Resta così elusa e ancora aperta la questione della proporzionalità e dell’adeguatezza della regolamentazione settoriale, proprio le due qualità che la Commissione Europea considera alla base di ogni valido assetto regolatorio. Infatti, con il “Report on competition in professional services” (COM(2004)_83_final del 9 Febbraio 2004), la Commissione Europea ha invitato i Partner UE a sorvegliare sull’applicazione di due principi fondamentali della regolamentazione: (a) la proporzionalità tra gli interventi e i benefici, attuali e concreti, generabili nell’interesse della collettività; e (b) il collegamento logico e diretto tra le misure restrittive del libero mercato e gli effetti positivi sul perseguimento dell’interesse generale dei cittadini.
Un altro esempio è costituito dalla Sentenza delle Grande Sezione del 1 Maggio 2009 (procedimento C-531/06), riguardante direttamente l’Italia deferita dalla Commissione UE con la citata IP/06/858. Qui la Corte reputa i vincoli di accesso alla proprietà non in contrasto con il Trattato CE.
Alla base della sentenza vi sono le medesime considerazioni appena sintetizzate: spetta agli Stati Membri decidere il livello al quale vogliono garantire la salute pubblica e il modo in cui questo livello debba essere raggiunto; la diversità dei sistemi di protezione sociale richiede che ciascun Paese possa esercitare discrezionalità nella scelta degli strumenti con cui perseguire la pubblica utilità; spetta poi al singolo Paese esprimersi sui rapporti di produzione (professionali, di lavoro, di compravendita) più idonei a perseguire l’obiettivo della salute pubblica.
Su quest’ultimo punto, la Corte si “avventura” anche in alcune considerazioni opinabili, e anche un po’ inopportune dato il livello istituzionale, circa la ricattabilità dei farmacisti stipendiati (alinea 64), o il rischio che la gestione dell’esercizio venga affidata a soggetti non abilitati alla professione (alinea 63).
Da un lato, emerge la tentazione di valutazioni di tipo etico, confermate anche dal fatto che, si sostiene (alinea 61), “[… i farmacisti di professione gestiscono] la farmacia non in base a un obiettivo meramente economico, ma altresì in un’ottica professionale. [L’interesse del farmacista] connesso alla finalità di lucro viene quindi temperato dalla sua formazione, dalla sua esperienza professionale, e dalla responsabilità ad esso incombente, considerato che un’eventuale violazione delle disposizioni normative o deontologiche comprometterebbe non soltanto il valore del suo investimento, ma altresì la propria vita professionale”.
D’altro canto, la Corte sembra cadere nell’errore di confondere proprietà e gestione, quest’ultima mai coinvolta, in Italia come negli altri Partner, in discussioni che potessero non vederla appannaggio/responsabilità esclusiva di farmacisti abilitati. Per inciso, le argomentazioni qui utilizzate dalla Corte porterebbero alla conclusione che, se è lecito che i Paesi Membri mantengano vincoli all’accesso alla proprietà, non si intravedono ragioni per cui farmacisti abilitati (valutati in grado di esercitare la professione dai singoli ordinamenti nazionali) non possano liberamente avviare e gestire direttamente un loro esercizio. In Italia, i farmacisti titolari sono circa diciassettemila (quanti gli esercizi farmaceutici), mentre gli iscritti complessivi agli Ordini provinciali di tutto il Paese arrivano a cinquantacinquemila.
Considerazioni di questo tenore possono essere ripetute anche per altri procedimenti in corso presso la Corte di Giustizia. Le conclusioni dell’Avvocato Generale sulla Causa C-393/08, per portare altri esempi, suggeriscono alla Corte di rigettare un ricorso avverso la pianificazione dei periodi di apertura (tra l’altro anche questo procedimento riguardante l’Italia). Le argomentazioni addotte sono varie, ma su tutte si impone quella che il coordinamento dei periodi è un aspetto collaterale al contingentamento numerico, a sua volta rientrante in una pianificazione sistemica che, negli intenti del Legislatore, mira a garantire adeguatezza dell’offerta in quantità e qualità. Si legge: “[tanto più che, in presenza di un esercizio chiuso] chiunque può utilizzare le altre farmacie aperte o di guardia”. Si dà per assodato che la pianta organica abbia virtù positive non superabili e non eguagliabili da nessun altro assetto, visto che il Legislatore nazionale l’ha posta alla base dell’organizzazione di settore. Come conseguenza, gli altri aspetti regolatori, che mirano alla stesse finalità della pianta organica e possono esser visti come collaterali alla stessa, trovano tout court giustificazione. Anche qui, come prima a proposito della Corte Costituzionale, non è un giudizio di adeguatezza e proporzionalità dello strumento, ma un giudizio di coerenza interna del corpus normativo in vigore.
Al pari di quanto concluso per la Corte Costituzionale, non è possibile far discendere dalle sentenze della Corte di Giustizia elementi con cui confutare le argomentazioni e le richieste della Commissione Europea. Il contrasto è solo apparente e, piuttosto che far concludere per l’assenza di problemi nell’attuale assetto di settore e la non necessità di interventi di riforma/rinnovamento, esso rimanda all’esigenza di migliorare l’interazione e il supporto reciproco tra Istituzioni nazionali e internazionali che, con competenze e ruoli diversi, partecipano a decidere dell’evoluzione delle economie e della società europea.
È importante che il dibattito si approfondisca subito e liberi il campo da convincimenti infondati e pretestuosi sui rapporti tra l’Antitrust, la Commissione Europea e le due Corti. Se questo punto di vista sbagliato viene propugnato e si afferma nella distribuzione del farmaco, è concreto il rischio che esso venga esteso anche ad altri settori sovraregolati e presidiati da lobby. Non è accettabile che equivoci istituzionali di questo tipo trasformino l’affermazione della legalità in un’azione di natura soltanto formale, non falsificabile e strumentalizzabile, per mantenere lo status-quo anche quando palesemente pervaso da storture corporativistiche.


Nel 1888, in un discorso tenuto in Parlamento, l’allora Presidente del Consiglio del Regno d’Italia Francesco Crispi, ebbe a dire:

"La professione dei farmacisti è la sola che conserva ancora le forme medioevali delle corporazioni e dei mestieri e quindi può durare solo transitoriamente. Ogni limite, o Signori, è un privilegio che torna a danno delle popolazioni. Dalla libertà dell’esercizio delle farmacie non si può  ricavare che beneficio ed io non capisco il concetto dell’espropriazione accennato dai vari Oratori. Espropriazione di che? Se domani voi dichiarerete libero l’esercizio della farmacia voi non lo torrete certo a coloro che già lo posseggono. Questi ultimi avranno forse una diminuzione di lucro, se però sapranno far meglio dei nuovi venuti il loro spaccio non temerà concorrenza. La libertà, o Signori, nacque prima di tutti questi vincoli e dobbiamo dolerci ché per la sola professione della farmacia la libertà non sia ancora spuntata, mentre è già adulta per tutte le altre

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