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di Gianluigi Casadei, Livio Garattini

 

La questione del “conflitto d’interessi” nella ricerca è in qualche misura paragonabile a una malattia grave che si manifesta subdolamente. Gli addetti ai lavori sono coscienti che, dietro qualsiasi risultato, si può nascondere un interesse; talmente coscienti che spesso lo si dà per scontato (chi si ferma a leggere le disclosure scritte, talora a “caratteri assicurativi”, in fondo agli articoli?), quasi fosse un pedaggio da pagare in cambio dei fondi di ricerca che altrimenti non verrebbero erogati. Ragione per cui se ne parla poco e anche casi eclatanti, come quello recente di un noto editore e di una nota azienda farmaceutica americana che avevano approntato un genere di riviste (ovviamente peer-reviewed) su cui pubblicare articoli a favore dei prodotti, sono pressoché ignorati dai media (scientifici e no).
Proprio per mantenere viva l’attenzione dei nostri selezionati lettori, ci è sembrato interessante descrivere un episodio che abbiamo provato (e stiamo ancora provando all’atto di scrivere) sulla nostra pelle. Il tutto nasce dalla “constatazione empirica”, dopo decenni di più o meno “onorata carriera”, che la stragrande maggioranza delle valutazioni farmacoeconomiche (VF) impostate sul modelling (tipicamente sui modelli di Markov, cioè i più utilizzati negli studi di farmacoeconomia) portano a conclusioni favorevoli al prodotto sponsorizzato qualora lo studio sia stato reso possibile grazie a un finanziamento aziendale. Un dettaglio affatto trascurabile che, francamente, rende la lettura di questi articoli noiosa (per non dire scontata), un po’ come quella dei “gialli” di cui si conosce già fin dall’inizio il colpevole… Nel caso nostro basta leggere il sommario e i ringraziamenti per capire come andrà a finire!
Da ricercatori “stagionati” in preda a “sindrome da lavoro pre-vacanziera”, decidiamo che, come in tutte le discipline, è ora di dimostrare in modo più scientifico quello che noi constatiamo da anni, attraverso una revisione sistematica delle VF basate sul modelling. Lavoro affatto trascurabile se condotto con i “sacri crismi”, come ci rendiamo conto strada facendo: ci assorbirà tutta l’estate (con il contributo inesauribile e inestimabile della collega Daniela Koleva), costringendoci a valutare tutti i dettagli del caso in 168 articoli estratti da un campione iniziale di circa un migliaio di lavori in lingua inglese. Peraltro, alla fine, i nostri sforzi sono premiati dai risultati che, seppur scontati, sono comunque superiori alle nostre più rosee (?) previsioni: la stragrande maggioranza degli studi pubblicati è finanziata dall’industria e il 94% degli studi sponsorizzati porta a conclusioni favorevoli per il farmaco in questione, manco uno a conclusioni sfavorevoli!
Imbaldanziti dall’evidenza dei risultati, concludiamo con quel poco di presunzione rimasta che si può “ardire e scalare le mete del Impact Factor” (il punteggio che determina il livello di prestigio delle riviste scientifiche), puntando a una rivista medica fra le più reputate e lette al mondo. Operazione sicuramente ardua, ma non impossibile, alla luce del fatto che la rivista in questione ha sollevato a più riprese il problema del “conflitto di interessi” nelle pubblicazioni scientifiche e abbiamo pure avuto l’opportunità di scambiare in proposito un’opinione, seppur fugace, con un redattore della rivista stessa.
Cerchiamo di “confezionare al meglio” l’articolo in inglese, con il contributo di una carissima amica madrelingua, e riusciamo a sottoporlo il 4 di Agosto. In sintesi, il messaggio che lanciamo ai lettori è quello di fare attenzione alle VF viziate da evidenti problemi di conflitto d’interessi. Dal canto loro, le riviste scientifiche curino con attenzione la questione, così come accade (o sembra accadere) per gli studi clinici e le autorità sanitarie, nel valutare un lavoro, non si fidino solo del fatto che sia pubblicato su una rivista peer-reviewed.
Ed ecco la cronaca dei fatti a seguire.
Venerdì 14 agosto riceviamo la prima risposta negativa da un redattore, una “doccia fredda” affatto inattesa visto il livello della rivista, ma anche giustificata in modo assai superficiale: la rubrica da noi suggerita non è stata giudicata adatta a questo tipo di articoli; inoltre, il tipo di messaggio contenuto non sarebbe interessante per il lettore medio della rivista (cioè il medico), ma piuttosto per quello di una rivista più specializzata nel campo della farmacoeconomia.
Delusi, ma soprattutto perplessi (la rivista medica pubblica con una certa frequenza VF basate anche su modelling), decidiamo comunque di ricorrere in appello, visto che la rivista prevede questa opzione, e lo motiviamo con il fatto che le nostre conclusioni, oltre che di facile lettura, possono comunque essere interessanti anche per i medici, costituendo questi ultimi il target privilegiato del marketing farmaceutico (studi di farmacoeconomia inclusi).
Rassegnati al peggio, riceviamo una prima risposta amministrativa il 3 settembre, in cui ci viene segnalato che il nostro appello verrà considerato molto seriamente e sarà oggetto di discussione fra i vari redattori della rivista. L’epilogo della vicenda viene quindi procrastinato di quasi un mese: mercoledì 30 settembre riceviamo il comunicato finale di rifiuto, ma con una motivazione, a nostro avviso, ancora deludente. Infatti, non si mettono minimamente in discussione i contenuti, bensì ancora una volta l’utilità dei risultati per i lettori; peraltro, ci viene altresì fatto presente che, qualora riuscissimo a pubblicarlo su un’altra rivista, potrebbero essere interessati a citarlo in un loro editoriale. Riflettendo, sarebbe un po’ come dire che loro vogliono essere i primi a pubblicarlo, ma, se un’altra rivista lo facesse, sarebbero ben contenti di commentarlo… Un po’ “ippocrita” come ragionamento, se ci passate la battuta.
Concludendo, siamo ancora in attesa di sapere se siamo riusciti a trovare la “rivista coraggiosa”, con un dubbio che ci attanaglia la mente: siamo noi diventati incapaci di scrivere un articolo scientifico, oppure si nascondono problemi di conflitto di interessi e libertà di stampa anche nelle riviste scientifiche più accreditate?

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