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di Riccardo Roni1

 

Parole chiave:

Disease mongering

Prevalenza delle patologie

Nuova entità clinica

 

 

Abstract

L’interessata ridefinizione di una patologia e la focalizzazione sugli effetti psicologici che possono derivare dal suo mancato trattamento crea una nuova entità clinica, presentata essenzialmente per estendere l’impiego dei trattamenti farmacologici: il disease mongering (letteralmente: “commercio di malattie”). Focalizzandosi su fenomeni del tutto fisiologici o su disturbi di ridotta entità per elevarli a livello di “patologie”, trattabili con farmaci già disponibili ed in cerca di un mercato (la menopausa, la sindrome del colon irritabile, …), il disease mongering sostanzialmente trasforma gente sana in pazienti (sfruttando due fenomeni sociali: la percezione ansiogena della propria fragilità e la fede nel progresso scientifico), aumenta il rischio di danno iatrogeno e lo spreco d’importanti risorse economiche.
Per i professionisti della salute, la sfida a questo processo comincia da una presa di distanza dalle informazioni sulla natura e sulla prevalenza delle patologie e dal privilegiare fonti di informazione indipendenti (soprattutto dall’industria farmaceutica che investe cifre enormi per un ritorno economico) e unbiased.
Una risposta efficace al disease mongering può anche consistere in una politica di rimborso dei farmaci che privilegi il loro impiego in ambiti dotati di un rapporto costo-beneficio favorevole, al fine di migliorare la salute dei cittadini e quella delle finanze pubbliche.

 


 

1. Responsabile Servizio Farmaceutico Apss, Trento

 


 

“A lot of money can be made from healthy people who believe they are sick” [Si può ricavare molto denaro da gente sana che pensa di essere ammalata]. Questo è l’efficace incipit di un articolo apparso sul British Medical Journal nel 2002 dal titolo “Selling sickness: the pharmaceutical industry and disease mongering”, dove il concetto di disease mongering (letteralmente: commercio di malattie) è stato proposto come il più adatto a descrivere certe forme di medicalizzazione basate sull’aumento delle patologie trattabili, al fine di espandere il mercato di chi produce, vende o distribuisce medicinali.
Lynn Payer, redattrice medica e autrice di “How doctors, drug companies and insurers are making you feel sick”, nel 1992 ha descritto per prima il disease mongering come l’ampliamento senza necessità dei confini delle malattie. Ma già vent’anni prima, nel suo saggio “Limits to medicine”, lvan Illich aveva lanciato l’allarme, sostenendo che l’establishment medico stava medicalizzando la vita stessa.
D’altra parte, la realtà d’oggi sembra essere stata prefigurata già nel 1929 da Jules Romains, autore che ha reso celebre il cinico paradosso secondo il quale i sani sono tali solo perché non sanno di essere malati.
Più recentemente, di disease mongering si è occupata la Public Library of Science (PLoS Medicine), una rivista a libero accesso sul Web molto attenta agli aspetti sociali della medicina, che lo scorso aprile ha dedicato a questo tema ben undici articoli ed un livello di approfondimento degno di nota. Nello stesso mese, a Newcastle, in Australia, si è tenuta la prima conferenza mondiale sull’argomento.
Il concetto di disease mongering può contare oggi su quasi ottocentomila citazioni registrate sul Web e gode di una certa popolarità sui blog presenti in rete, particolarmente su quelli frequentati da pazienti e consumatori responsabili.
Ovviamente, tutti ne parlano con toni allarmanti, talvolta da crociata. D’altronde, mai come in questo caso, è difficile resistere alla tentazione populistica del tiro al bersaglio su Big Pharma.  
Dato il contesto appena descritto, conoscere il fenomeno, comprenderne le conseguenze sul piano sociale ed etico e saperlo fronteggiare diventa, per gli operatori della salute, quanto mai opportuno.  
In questo articolo il disease mongering verrà trattato sinteticamente in relazione alle forme in cui si presenta, agli effetti sulla popolazione e sui servizi sanitari pubblici, alle possibili strategie di contenimento del fenomeno.

Il disease mongering può assumere varie forme.  Ray Moynihan e David Henry, gli autori dell’articolo citato in premessa, ne identificano cinque:

  • aspetti diffusi della vita comune, come la menopausa o la calvizie, vengono considerati come un problema medico ed ogni persona avrebbe quindi diritto ad un trattamento sanitario;
  • sintomi modesti vengono rappresentati come patologie importanti o comunque in grado di presagire problemi più gravi. E’ ciò che è accaduto con la sindrome del colon irritabile;
  • problemi personali o sociali sono inquadrati come problemi psichiatrici seri. La medicalizzazione delle varie forme di malessere e di comportamento umano pare non avere limiti, per cui, ad esempio, alla timidezza può corrispondere una diagnosi di fobia sociale, da cui deriva la necessità di trattamento farmacologico;
  • un fattore di rischio, come  l’osteoporosi, l’ipercolesterolemia o l’ipertensione arteriosa viene concettualizzato come malattia in sé. Questa forma di disease mongering è molto praticata nel veicolare ai prescrittori informazioni sui nuovi prodotti farmaceutici: il vero obiettivo della prevenzione viene messo in secondo piano e le malattie cardiovascolari vengono affrontate dal ristretto angolo visuale della lipidemia o della tensione arteriosa. Lo scopo è, ovviamente, vendere molti farmaci “per ridurre il colesterolo”, “per ridurre i trigliceridi”, “per abbassare la pressione arteriosa”, a prescindere dalla valutazione del rischio cardiovascolare complessivamente presentato dal paziente;
  • la stima della prevalenza di una malattia viene presentata in modo tale da ampliare l’entità del problema. E’ la tecnica impiegata, ad esempio, per pubblicizzare i farmaci per la disfunzione erettile.


L’interessata ridefinizione di una patologia e della sua prevalenza e la focalizzazione sugli effetti psicologici che possono derivare dal mancato trattamento si accompagna alla generazione di nuove entità cliniche, presentate in modo da estendere l’impiego dei trattamenti farmacologici.
Oltre a quelle già citate, la stampa medica indipendente ha puntato il dito sulla sindrome da iperattività e deficit attentivo, sulla disfunzione sessuale femminile, sul disturbo disforico premestruale, sulla sindrome delle gambe senza riposo, sul disturbo cognitivo lieve-moderato, su varie forme di disturbo bipolare che richiedono stabilizzazione dell’umore.
Nello scorrere questo elenco, gli addetti ai lavori non potranno fare a meno di associare a queste entità cliniche i farmaci conseguentemente proposti per il loro trattamento. Anche perché si tratta di patologie costruite attorno a farmaci già disponibili ed in cerca di un mercato.
Prendiamo ad esempio gli inibitori della colinesterasi. Poiché in fase sperimentale hanno dimostrato di essere (modestamente) efficaci solo nel sottogruppo di pazienti con lieve disturbo cognitivo, per la loro promozione è stato necessario introdurre una nuova sub-entità clinica: la demenza di grado lieve-moderato. Dal farmaco alla malattia, anziché il contrario: una vera rivoluzione.

La pratica del disease mongering comporta conseguenze sia sul piano della salute pubblica che su quello delle finanze dei sistemi sanitari pubblici.
In sintesi, al disease mongering sono imputabili la trasformazione di gente sana in pazienti, l’aumento del rischio di danno iatrogeno e lo spreco di risorse economiche preziose. Ma, affinché questi effetti possano manifestarsi, c’è bisogno di un ben preciso substrato sociale, corrispondente a quello riscontrabile nelle società economicamente più avanzate.
Da questo punto di vista, infatti, il disease mongering può essere descritto come lo sfruttamento opportunistico di due fenomeni sociali: la percezione ansiogena della propria fragilità e la fede nel progresso scientifico e nell’innovazione, intesa, quest’ultima, come potente norma economica, scientifica e sociale. D’altronde, fin dalle sue origini, l’umanità ha tenuto a bada le paure esistenziali accettando fardelli e sacrifici del presente nella speranza di una salvezza futura. Ma il ruolo di mediatore, svolto per millenni dalla religione, è oggi affidato principalmente alla scienza e al progresso.
Eppure, per ironia della sorte, ogni medicinale assunto con l’obiettivo della longevità o di un maggiore benessere futuro ci espone al rischio di effetti collaterali che potrebbero peggiorare, oggi, la nostra qualità di vita.
Che lo sfruttamento della paura di soffrire e morire sia funzionale alla vendita di medicinali appare fin troppo ovvio. Per promuovere l’uso di una statina, in Francia e in Canada si è ricorsi ad un’inserzione pubblicitaria dove il messaggio diretto ai cittadini era: “Preferiresti fare un test per il colesterolo o subire un’autopsia?”. Sullo sfondo, l’immagine di due piedi appartenenti ad un cadavere steso su un lettino... Con buona pace delle evidenze che non attribuiscono alcun ruolo terapeutico all’uso generalizzato di statine in prevenzione primaria.

Bisogna ammettere che, in quanto a contromisure per contrastare il disease mongering, siamo all’anno zero e chi cerca la scorciatoia si troverà di fronte un enorme coagulo di interessi economici, politici e professionali.
I già citati Ray Moynihan e David Henry pongono l’accento sulla necessità di migliorare la qualità della conoscenza medica prodotta e suggeriscono ai ricercatori lo sviluppo di strategie che forniscano dati sull’impatto del disease mongering.
A loro avviso, di una certa patologia sarebbe opportuno misurare la comune percezione, il tasso di prevalenza e incidenza, i pattern prescrittivi dei farmaci correlati, lo stato di salute dei soggetti cui quella patologia è stata diagnosticata (e trattata). Il tutto accompagnato dalla definizione di appropriati gruppi di controllo e dallo sviluppo di validi indicatori di inappropriata medicalizzazione.
Fra i progetti di ricerca più utili, indicano lo studio di come variano nel tempo e nelle diverse situazioni geografiche le definizioni delle più comuni patologie/condizioni.
Accanto a questo approccio retrospettivo, suggeriscono studi prospettici che accompagnino il “lancio” di una entità clinica nuova o recentemente ridefinita.
Sul piano farmacoeconomico, è auspicabile che venga calcolato il rapporto costo-beneficio dei medicinali proposti per la nuova patologia/condizione e che sia rilevata l’entità delle risorse pubbliche e private assorbite dal trattamento e dal danno iatrogeno che potenzialmente può derivarne.

Per i professionisti della salute, la sfida al disease mongering comincia da una netta presa di distanza dalle informazioni sulla natura e sulla prevalenza delle patologie. Come per i farmaci, anche per le nuove entità cliniche vanno privilegiate le fonti di informazione genuinamente indipendenti e unbiased.
A livello di politiche per la salute, la sfida va condotta promuovendo in modo attivo l’indipendenza della professione medica dalle informazioni dell’industria farmaceutica, che investe cifre enormi nell’attesa di un ritorno economico.
Parallelamente, è opportuno che venga rivisto anche il modo in cui le patologie vengono definite, in quanto non è più sostenibile che tali definizioni provengano da panel di esperti portatori di interessi che spesso confliggono con quelli della sanità pubblica.
Una risposta efficace al disease mongering può consistere anche in una sapiente politica di rimborso dei farmaci. Distinguere e privilegiare, in relazione alla rimborsabilità di un farmaco, gli ambiti di impiego dotati di un rapporto costo-beneficio favorevole può migliorare la salute dei cittadini ma anche quella delle finanze pubbliche.
Ma prima di tutto è necessario che a livello politico si comprenda che il fenomeno del disease mongering, in quanto causa di incrementi esponenziali dei consumi e della spesa farmaceutica, è una minaccia per i sistemi sanitari pubblici e per la solidarietà sociale che rappresentano.

 

Bibliografia

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